Purtroppo talora accade ma non dovrebbe mai accadere. Mia figlia farmacista ha interpretato o letto male una ricetta consegnando un medicinale diverso da quello prescritto, anche se molto simile per denominazione e forma farmaceutica e il risultato è stato quello dell’ingestione di quattro compresse della specialità sbagliata da parte di un paziente molto anziano.
Il genero mi ha anticipato verbalmente che presenteranno una denuncia contro la farmacia.

Sono vicende note e regolate dall’art. 445 del cod. pen.: “Chiunque, esercitando, anche abusivamente, il commercio di sostanze medicinali, le somministra in specie, qualità o quantità non corrispondente alle ordinazioni mediche, o diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire quarantamila a quattrocentomila“.
Il successivo art. 452 aggiunge che: “Quando sia commesso per colpa alcuno dei fatti preveduti dagli artt. 440, 441, 442, 444 e 445, si applicano le pene ivi rispettivamente stabilite ridotte da un terzo ad un sesto“.
Si tratta, tanto nella figura dolosa come in quella colposa, di uno dei reati definiti di pericolo, perché – per restare in questo specifico caso – la semplice dispensazione del farmaco in modo difforme dalla prescrizione medica generalmente integra ex se il reato, indipendentemente dunque dal verificarsi di un danno per la “salute pubblica” e perfino dall’effettiva assunzione del medicinale da parte del paziente.
Non c’è una copiosa giurisprudenza, ma non sembra vi siano modi di uscita per l’autore della violazione di questo precetto (evidentemente nella figura colposa) e quindi, se la denuncia sarà presentata, Sua figlia – che del resto verrebbe sicuramente nominata nell’esposto/querela – rischia seriamente di incappare nella sanzione penale.
Per quanto riguarda il titolare della farmacia, non sarà chiamato – a meno che non si riveli concretamente ascrivibile a suo carico una condotta anch’essa determinante dell’irregolare spedizione della ricetta – a rispondere penalmente del fatto, perché come sappiamo la responsabilità penale nel nostro ordinamento è personale (pur se anche qui qualcosa sta cambiando…), e dunque oggettivamente inestensibile a chi sia rimasto del tutto estraneo alla vicenda.
Sul versante civilistico, invece, anche il titolare può rispondere dei danni eventualmente derivanti dalla condotta del collaboratore, ma qui non è sufficiente il semplice “pericolo” essendo invece necessario che un danno risarcibile vi sia stato.

(gustavo bacigalupo)

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