Se vi è possibile vorrei un quadro chiarificatore sulla deducibilità fiscale dell’assegno che un ex coniuge versa all’altro per sentenza di separazione o di divorzio, perché abbiamo sentito pareri discordi.

Per la verità non sembra vi sia spazio per discordanze di pareri su questo argomento che non può infatti suscitare grandi perplessità, anche se le imminenti scadenze fiscali suggeriscono di riproporne – come viene richiesto – un quadro il più possibile esaustivo, avvertendo che per semplicità chiameremo “ex-coniuge” anche il coniuge semplicemente separato e quindi non o non ancora divorziato.

  • Regole generali.

Ai sensi dell’art. 10, comma 1, lett. c), del TUIR i versamenti periodici effettuati all’“ex-coniuge” (anche se residente all’estero) a seguito di separazione legale ed effettiva, di scioglimento o annullamento del matrimonio, o di cessazione dei suoi effetti civili, sono deducibili solo per la parte riferita al mantenimento dello stesso “ex-coniuge” secondo le indicazioni del provvedimento del giudice, e pertanto non c’è alcuna deduzione per quel che riguarda la somma destinata al mantenimento dei figli.

In assenza di una specifica indicazione nella sentenza della quota destinata all’ex-coniuge e di quella destinata ai figli, si considera assegnato al mantenimento di questi ultimi il 50% dell’importo complessivo da corrispondere.

  • L’adeguamento Istat.

Le maggiori somme corrisposte all’“ex-coniuge” a titolo di adeguamento Istat potranno essere dedotte solo nel caso in cui la sentenza del giudice preveda espressamente un criterio di adeguamento automatico agganciato alla variazione degli indici Istat, e non ha invece alcuna rilevanza, a questi fini, l’accordo volontario in tal senso eventualmente intervenuto tra gli “ex-coniugi”.

  • Il c.d. contributo casa.

Nell’ipotesi in cui la casa coniugale fosse stata condotta in locazione, il giudice, oltre a determinare l’obbligo di corresponsione dell’assegno necessario al mantenimento dell’“ex-coniuge” e dei figli, può gravare l’altro coniuge anche dell’onere di versamento di tutto o parte l’ammontare corrispondente al canone di locazione e delle eventuali spese condominiali dell’immobile in cui l’“ex-coniuge” ha conservato il diritto di abitare (c.d. contributo casa).

Il tal caso, anche secondo la prassi dell’Agenzia delle Entrate (Cir. n. 17/E/2015), il contributo è deducibile unitamente all’importo dell’assegno periodico destinato all’“ex-coniuge” e può essere determinato – se la stessa sentenza di separazione non vi provvede espressamente –  anche per relationem, facendo cioè implicito riferimento alla spesa che il contributo stesso è destinato a coprire (esempio: se il contributo riguarda il canone di locazione dell’abitazione in cui l’“ex-coniuge” continua a vivere con i figli, l’importo che l’altro “ex-coniuge” deve corrispondere a titolo di “contributo-casa” è pari al canone di locazione che quest’ultimo è tenuto a versare al proprietario).

  • Somme non deducibili.

Al di là delle somme corrisposte a titolo di assegno periodico di mantenimento e/o di contributo casa, le restanti somme dovute a seguito di separazione legale ed effettiva, di scioglimento o annullamento del matrimonio, o di cessazione dei suoi effetti civili non sono deducibili.

In particolare, l’“evoluzione” nel corso del tempo della prassi amministrativa ha negato il diritto alla deduzione per:

a) le somme corrisposte in unica soluzione al coniuge separato o divorziato a titolo di risoluzione definitiva di ogni rapporto tra i coniugi, difettando in questo caso il requisito della periodicità previsto dalla legge ai fini del riconoscimento del diritto alla deduzione [esempio: resta indeducibile per l’ex-coniuge che lo corrisponde l’assegno una tantum di 100.000 euro determinato tra due coniugi che si separano e che si accordano per la corresponsione anticipata in luogo di un assegno periodico mensile];
b) le somme destinate al pagamento del mutuo ipotecario effettuato direttamente dall’ex-coniuge all’istituto mutuante in sostituzione dell’assegno di mantenimento al quale l’altro coniuge abbia comunque rinunciato, essendo tali somme non corrisposte al coniuge stesso – come prevede la legge – bensì direttamente all’istituto mutuante, e quindi non riconducibili agli stessi presupposti dell’assegno di mantenimento [esempio: per un assegno di mantenimento di 1.200 euro mensili, di cui 500 euro a favore dell’ex-coniuge e 700 euro a favore dei figli, è indeducibile la quota a favore del primo laddove egli rinunci, dandone atto nel provvedimento di separazione, alla sua parte di assegno con il correlato impegno da parte dell’altro ex-coniuge di pagare direttamente all’istituto mutuante la rata del mutuo relativo alla casa di comproprietà dei due ex-coniugi e assegnata ad uno di loro in seguito alla separazione];
c) le somme per sentenza versate mensilmente all’“ex- coniuge” per un periodo di tempo definito, dato che – secondo l’Agenzia delle Entrate – questa sarebbe soltanto una diversa modalità (rateale) di pagamento di un importo comunque pattuito sotto forma di “una tantum” a fronte della risoluzione definitiva di ogni rapporto tra i coniugi, rientrando così nell’ipotesi esaminata sub a) [esempio: è indeducibile la somma complessiva – che il giudice fissa in complessivi 12.000 euro, ma stabilendone il pagamento in 36 rate mensili di pari importo – che l’“ex coniuge” deve corrispondere all’altro].

Insomma, come forse sarà ormai chiaro, quando i rapporti tra gli “ex-coniugi” non si rivelino definitivamente e irreparabilmente compromessi, è opportuno tener conto – nella definizione degli accordi di separazione – anche delle variabili fiscali.

  • La documentazione.

Ai fini della deducibilità, infine, l’“ex-coniuge” che corrisponde l’assegno deve essere sempre in grado di dimostrare – con il provvedimento del giudice e con i documenti comprovanti l’effettiva erogazione delle somme (bonifici, assegni, ecc.) – il proprio diritto alla deduzione.

(stefano civitareale)

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