Leggo sempre con attenzione le vostre news sulla nuova “flat tax” per le imprese (IRI) ma ancora non riesco a capire in quali circostanze convenga veramente.

Trovandoci di fronte ad un nuovo regime ancora tutto da sperimentare “sul campo”, e per di più ad oggi ancora privo di istruzioni ufficiali, i dubbi sono certamente leciti.
A nostro parere, per coglierne correttamente l’effettiva convenienza non bisogna mai dimenticare la condizione di fondo dell’agevolazione e cioè che la tassazione ad aliquota del 24% riguarda solo l’utile che (a partire dal 2017) venga mantenuto in azienda e destinato al c.d. “auto-finanziamento”;  pertanto – se quell’utile fosse successivamente prelevato (tutto o in parte) dal titolare o dai soci – dovrebbe essere versata al Fisco la differenza tra la tassazione ordinaria e la “flat tax” già corrisposta, vanificando in tal modo (tutto o in parte) il momentaneo guadagno iniziale.
Da questa considerazione discende un’importante conclusione: per rendere durevole (meglio, permanente) questo vantaggio fiscale, si deve rendere parimenti permanente il “conferimento” di tale utile nella propria attività, correlandone in sostanza l’impiego al finanziamento di investimenti durevoli.
Il che, a sua volta, sarà possibile (o meno complicato) soltanto individuando con attenzione il livello di auto-finanziamento necessario, quello cioè oltre il quale ulteriori accantonamenti di utile – magari effettuati solo per usufruire della tassazione ridotta – si rivelerebbero inefficaci o addirittura controproducenti.
Infatti, se nel concreto esuberanti rispetto al fabbisogno effettivo dell’attività per le dimensioni che questa ha raggiunto, tali ulteriori ed eccedenti accantonamenti finirebbero prima o poi per essere prelevati per il consumo e/o l’impiego in altre iniziative, sterilizzando in gran parte, come detto, o perfino azzerando del tutto l’iniziale beneficio in termini di minori imposte dovute.
Ma un esempio chiarirà forse meglio il concetto.
Pensiamo a una farmacia con 1.500.000 euro di fatturato, con una DCR mensile media di 40.000 euro riscossa con cadenza bimestrale, con un livello (giudicato ottimale) di scorte in giacenza di circa 120.000 euro e, infine, con un utile di bilancio di 225.000 euro in una ragionevole prospettiva di mantenimento a medio termine di queste condizioni.
Ora, i mezzi finanziari necessari per far fronte alla dilazione del credito verso il SSN e al mantenimento del magazzino ammontano a (80.000 +120.000=) 200.000 euro; ipotizziamo allora che il titolare decida di non ricorrere più all’indebitamento, ma voglia “autofinanziarsi” lasciando l’utile in azienda, e che egli abbia prelevato, diciamo per semplicità, tutti gli utili maturati fino al 2016, cosicché il 2017 rappresenti ai nostri fini “l’anno zero”.
Questo titolare di farmacia nel 2017 lascerà pertanto in azienda 200.000 euro di utile (che sarà tassato al 24%) prelevandone solo 25.000 euro, che andranno, come ormai sappiamo bene, a tassazione ordinaria; ma già l’anno successivo, se la dimensione della sua impresa non varierà, non vi sarà più alcun vantaggio nel non prelevare l’utile (essendo sufficienti i mezzi propri già presenti), talché cedere alla tentazione di lasciarlo in azienda per poter beneficiare dell’aliquota ridotta finirebbe nei fatti, come si è appena osservato, per ritardare semplicemente la tassazione ordinaria visto che quell’utile prima o poi sarà prelevato per essere consumato o investito diversamente.
Immaginiamo ancora che la nostra farmacia abbia in progetto, da qui a qualche anno, di acquistare le mura del locale per un prezzo di Euro 600.000 e che, anche in questo caso, non voglia ricorrere all’indebitamento ma provvedere con i suoi mezzi; a questo punto, avrà convenienza a costituire in bilancio la consistenza necessaria per l’investimento (lasciando in azienda all’incirca l’utile dei successivi tre anni, con i numeri del nostro esempio) e quindi una somma che egualmente – essendo destinata ad accrescere la dotazione dei mezzi propri per il finanziamento di un investimento durevole – acquisirà sempre durevolmente il vantaggio della “flat tax”, almeno finché naturalmente le dimensioni dell’attività rimarranno le stesse.
Abbiamo insomma di fronte – ci pare – un’agevolazione che dovrebbe essere utilizzata “a gradini” più o meno a ogni successivo ampliamento delle dimensioni aziendali e, se non altro tendenzialmente, solo nella misura necessaria a questo fine.
Ma tutto questo ce lo potrà confermare soprattutto la pratica e allora sulle tante vicende che stanno sorgendo e ancor più sorgeranno sulla nuova IRI dovremo tornare sicuramente in prosieguo.

(franco lucidi)

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