Il titolo sembrerà magari un po’ criptico ma lo sarà forse meno tra poco.
Delle luci sul concorso straordinario laziale è presto detto: sono state depositate ieri, 9 marzo 2017, n. 8 decisioni del Tar Lazio che, in attesa della pubblicazione delle molte altre in arrivo, sgombrano almeno per ora il terreno da alcune nubi che gravano sul concorso, come subito vediamo rapidamente nel dettaglio.
Con la sentenza n. 3264 viene dichiarato irricevibile e in parte inammissibile il ricorso contro l’istituzione – in fase di revisione straordinaria – della sede n. 830 di Roma, perché proposto unitamente all’impugnativa contro il bando di concorso, quindi tardivamente dato che qualsiasi provvedimento di revisione della p.o. (straordinaria o ordinaria che sia) è ed è sempre stato – salvi i casi di mera conferma del precedente – produttivo immediatamente degli eventuali effetti lesivi derivanti dall’istituzione e/o dalla localizzazione e/o dalla modifica di sedi farmaceutiche. Quindi il gravame, pur evidentemente circoscritto all’istituzione/collocazione della sede contestata, doveva qui essere proposto tempestivamente contro la delibera di Giunta del 2012 di approvazione della revisione straordinaria.
Con la sentenza n. 3268 è stata invece respinta l’impugnativa contro l’istituzione – disposta nel 2011 dalla Regione (che allora era l’amministrazione competente) – di una seconda sede in soprannumero, ai sensi dell’art. 104 TU.San., nel comune di Borgorose (RI): il Tar ha ritenuto non irragionevoli né irrazionali i motivi addotti a sostegno del ricorso al criterio topografico. Su questa sede però pendono altri ricorsi il cui esito non è ancora noto.
La sentenza n. 3267 dichiara poi inammissibile il ricorso contro il provvedimento istitutivo delle due nuove sedi nel comune di Frosinone perché proposto soltanto nei confronti di una delibera di Giunta ritenuta dal Tar “preparatoria” di quella, di poco successiva, con cui la Giunta ha poi definitivamente disposto l’istituzione delle due sedi.
È una pronuncia che suscita forse qualche perplessità, ma almeno per il momento – ferma l’alea del possibile giudizio di appello – queste due sedi restano nel concorso, sia pur sempre sub judice.
Le altre cinque decisioni hanno infine riguardato propriamente la graduatoria, ma nessuna di esse la mette per ora in pericolo.
In particolare, infatti, mentre quella n. 3286 dichiara estinto il giudizio per rinuncia del ricorrente, le sentenze n. 3272 e 3262 e in parte anche la n. 3265 rigettano il ricorso conformandosi dichiaratamente alla giurisprudenza ormai consolidata del Consiglio di Stato sulla legittimità della mancata valutazione del titolo della “idoneità a precedente concorso” in caso di omessa indicazione dell’ente territoriale presso il quale è stata conseguita, tenuto anche conto, precisa il Tar, che si tratta di un elemento essenziale essendo valutabili le sole idoneità conseguite in concorsi per sedi farmaceutiche.
Per di più, aggiungiamo noi, nell’approvazione dei criteri di valutazione generali la commissione laziale ha/aveva espressamente subordinato la valutabilità di questo titolo alla condizione che siano/fossero “indicati in modo chiaro i riferimenti normativi e la Regione di conseguimento”.
Da ultimo, la sentenza n. 3261 e anche quella n. 3265 hanno dichiarato l’improcedibilità dei ricorsi per la mancata impugnativa dei due provvedimenti regionali di rettifica della graduatoria originaria: in sostanza, gli interessati – dopo aver proposto il ricorso contro la determina n. 90 dell’11/11/2014 – hanno omesso di estendere il giudizio alle due successive determine, peraltro di mera rettifica (e questo può lasciare in piedi qualche dubbio sulla decisione del Tar), del 28/10/2015 e del 02/12/2015, con la conseguente pronuncia di improcedibilità.
In conclusione, attendendo le numerose altre pronunce del Tar Lazio sulla graduatoria (e su altro) che stanno per essere rese note o su ricorsi non ancora discussi, e l’esito di alcuni ricorsi straordinari al Capo dello Stato come pure degli appelli eventualmente proposti al CdS, la procedura laziale riceve almeno una boccata di ossigeno e va dato atto ai giudici romani della straordinaria loro sollecitudine (appena 8 giorni, pur con qualche immancabile “copia e incolla”) nel depositare queste sentenze, diversamente dal Consiglio di Stato che, carico di lavoro che sia, dopo quasi tre mesi dall’udienza di discussione non ha ancora pubblicato la decisione sulle 7 sedi di Latina.

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Le ombre citate nel titolo discendono invece dal primo provvedimento del Comune di Roma di autorizzazione all’esercizio di una farmacia assegnata all’esito del concorso straordinario, che è stato infatti rilasciato a nome e a favore delle persone fisiche dei tre co-vincitori, dunque – tanto per evocare un vocabolario ormai ben noto – in regime di contitolarità o pro quota o pro indiviso tra loro, con l’affidamento della mera gestione dell’esercizio alla società di persone tra gli stessi costituita.
Quel che questo comporta – in termini di gravi pregiudizi – per i “co-titolari” (come li definisce il provvedimento comunale) è stato oggetto di ampia e ripetuta analisi da parte nostra e non è quindi necessario riparlarne.
Qui ci limitiamo a sottolineare un aspetto curioso – per usare un eufemismo– che si rileva dalla “autocertificazione d’incompatibilità” che i tre “co-titolari” sono chiamati a sottoscrivere, e nella quale si chiede loro di dichiarare semplicemente “di non trovarsi nelle condizioni di incompatibilità previste nell’art. 13 della l. 2 aprile 1968 n. 475 e successive modificazioni”.
Il che sta a significare che da ciascun “co-titolare” – data la sua inequivoca perfetta equiparazione a un titolare in forma individuale – si pretende null’altro che non essere dipendente pubblico e/o propagandista di prodotti medicinali e che dunque la fitta griglia delle incompatibilità previste a carico dei soci sub a), b) e c) del comma 1 dell’art. 8 della l. 362/91 non lo riguarda.
Poche idee ma confuse, insomma, come certifica anche il silenzio assordante sulle ragioni che spiegherebbero l’adozione di un provvedimento del genere, come si trattasse di una misura giuridicamente scontata.
Certo, Roma Capitale ha voluto soltanto attenersi alle “istruzioni” della Regione Lazio che a propria volta si era appiattita sulle tesi dell’Emilia Romagna, omologatasi da par suo al “parere” ministeriale.
Questa è però una scelta che non attenua ma semmai aggrava – specie se teniamo presente che tra le Regioni e i Comuni, come tra un Comune e l’altro, non c’è il minimo rapporto di sottoordinazione – le responsabilità dell’amministrazione romana, che fortunatamente gli altri comuni laziali non sembrano propensi ad assumersi (al pari, almeno sino ad oggi, di tutte le altre Regioni).
Sta di fatto che siamo costretti ad assistere alla formazione di due schiere ben differenti di “titolari da concorso straordinario”: gli uni (emiliani e romani) investiti uti singuli, gli altri (tutti gli altri) uti socii, con tutto quel che di importante consegue – sin da questo momento, s’intente – alla grande diversità tra i due status.
Ma cosa accadrà quando il Consiglio di Stato avrà detto la sua?

(gustavo bacigalupo)

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