Vorrei sapere se è regolare il seguente fatto: i farmaci di fascia A vengono ceduti dalle aziende che trattano e vendono generici al 41% di sconto che poi viene elevato in vari modi; ad esempio se la farmacia fa alla ditta una fattura per “prestazioni di servizi relativi al progetto X”, la ditta a tempo debito pagherà alla farmacia questa fattura.

 

Come sappiamo, e d’altra parte ne abbiamo parlato anche altre volte, le quote minime della filiera sul prezzo al pubblico dei farmaci sono state distribuite in questo modo:

           Per l’industria nella misura del 58,65%;

           Per i grossisti nella misura del 3%;

           Per le farmacie nella misura del 30,35%.

Sui farmaci equivalenti (c.d. generici) una ulteriore quota, pari all’8% del margine dell’industria, può essere ridistribuita tra grossisti e farmacie in base alla libera contrattazione tra gli operatori del settore.

Le suddette devono ritenersi vincolanti, ad eccezione, per l’8% e tenuto conto che sono previste specifiche sanzioni per chi trasgredisce.

Quindi, in caso di acquisto di farmaci equivalenti dall’industria lo sconto massimo che possiamo ottenere per legge dalla farmacia è quello del 41,35% (30,35% + 3% + 8%).

È anche vero che spesso questo limite viene eluso stipulando con il fornitore accordi commerciali con i quali il farmacista si impegna a promuovere il prodotto attraverso l’esposizione “privilegiata” nelle scaffalature e/o nelle vetrine delle confezioni stesse e/o di altro materiale pubblicitario o ancora pubblicizzando il marchio sul proprio sito web.

Per rispondere al quesito, Le suggeriamo di percorrere la “retta via” dello sconto e, solo qualora le condizioni commerciali che siamo riusciti a “strappare” al nostro fornitore superino il massimo concedibile (come detto, il 41,35%), di ricorrere a queste forme di collaborazione.

(roberto santori)

 

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