Per ragioni per noi misteriose di queste due sentenze, se non ci siamo distratti, non si è scritto granché da nessuna parte, anche se una è stata resa nota da un mese e mezzo.
Sono comunque due pronunce – specie la prima – di un certo rilievo nel presente ma ancor più per il futuro.
Vediamole rapidamente.

I prezzi uniformi imposti dalla legislazione tedesca dei medicinali soggetti a prescrizione medica ledono la concorrenza tra gli Stati membri

Questi gli assunti dei giudici lussemburghesi.
Le norme tedesche, imponendo alle farmacie – ubicate in Germania come in qualsiasi Stato membro – il rispetto di prezzi uniformi nella cessione a cittadini tedeschi dei farmaci soggetti a prescrizione medica (consentita alle farmacie anche online in Germania, in Olanda ecc., ma, come sappiamo, non in Italia), contrastano in particolare con il principio di libera circolazione delle merci e con il divieto di restrizione all’importazione tra gli Stati membri di cui all’art. 34 del TFUE.
Ne deriva infatti, per le farmacie ubicate in un altro Paese della UE – ove pure sia loro consentita la vendita online dei detti medicinali (nel caso deciso dalla Corte si trattava di una farmacia olandese) – un non giustificato impedimento a tali cessioni, dato che, potendo naturalmente accedere al mercato tedesco soltanto con vendite appunto online, l’immodificabilità del prezzo sarebbe per esse un ostacolo nei fatti insuperabile.
Suscitano qualche interrogativo le notazioni successive che si traggono dalla sentenza della Corte, quando ritiene non dimostrato (?) che la normativa (tedesca) sia idonea ad assicurare alla popolazione (tedesca) un approvvigionamento di medicinali sicuro e di qualità e che quindi possa giustificarsi alla luce dell’obiettivo della tutela della salute e della vita delle persone.
Anzi, continuano i giudici europei, una maggiore concorrenza sui prezzi tra gli esercizi consentirebbe di garantire una migliore distribuzione geografica delle farmacie tradizionali (?), nonché uno sviluppo, da parte delle stesse, di altri servizi (quali consulenze individuali al paziente, fornitura dei medicinali in caso di urgenza, preparazione di medicinali su ricetta, ecc.) atti a mantenerle competitive.
Come si vede, in materia di tutela della salute la giurisprudenza della UE – in nome della concorrenza, della competitività e della libera circolazione delle merci – tende sempre più a comprimere lo spazio ai legislatori nazionali, invece anni fa riconosciuto in principio  molto ampio.
Per quanto riguarda il nostro Paese, comunque, questo problema non potrà certo essere sottoposto alla Corte europea, considerata la piena liberalizzazione del prezzo del farmaco introdotta con il comma 8 dell’art. 11 del decreto Cresci Italia.
Ma per il resto, visto il vento che spira, non si può evidentemente escludere, ad esempio, che anche il nostro legislatore finisca per scegliere – sulle vendite online di farmaci soggetti a prescrizione medica – allo stesso modo di Germania e Olanda, tanto più che una direttiva europea di qualche anno fa, che dovrà prima o poi essere recepita anche in Italia, farà entrare in vigore nel concreto la farmacia online ed è dunque possibile che, pur nella ribadita discrezionalità del legislatore nazionale nella fissazione delle regole di funzionamento sul proprio territorio, anche questo fossato possa essere improvvisamente saltato a piè pari.

Il “criterio demografico” contrasta con le disposizioni comunitarie se la normativa nazionale che lo prevede esclude qualunque sua derogabilità.

Ritiene la Corte che la normativa di uno Stato membro – che, come criterio essenziale per verificare la necessità di aprire una nuova farmacia, fissi una soglia tassativa corrispondente al numero “di persone destinate ad approvvigionarsi” presso tale sede – non è coerente con l’obiettivo prestabilito dalla normativa europea sul divieto di restrizioni al diritto di stabilimento (art. 49 TFUE), se alle amministrazioni nazionali competenti è preclusa in termini assoluti qualsiasi deroga a tale soglia, che tenga conto delle peculiarità locali.
Nel nostro ordinamento, però, è tuttora in vigore l’art. 104 del TU.San. (come sostituito dall’art. 2 della l. 362/91) che consente, in deroga al “criterio demografico” e al ricorrere appunto di certe “peculiarità locali” [le famose “condizioni topografiche e di viabilità”], l’istituzione di una farmacia in soprannumero, e perciò dovremmo stare anche qui al riparo dai fulmini della Corte Europea.
Ma i giudici lussemburghesi riterranno adeguata questa misura, tenuto conto che il nostro criterio topografico è applicabile soltanto nei comuni con non più di 12.500 abitanti e con il limite di una sola farmacia per comune?
Ai posteri…

(gustavo bacigalupo)

P.S.: La nostra impressione (v. Sediva News di ieri, 3 novembre)-  che la Regione Veneto, prima di avviare il primo interpello, avrebbe preferito attendere l’esito dell’appello al CdS contro la sentenza del Tar n. 1199/2015, perché l’ipotetico rigetto comporterebbe la modifica in via definitiva della graduatoria sia pur con riguardo alla posizione dei due originari ricorrenti, ma quanto basterebbe per costringere la Regione a ripartire da zero –  si è rivelata priva di fondamento, visto che  ora la Regione ha rotto gli indugi disponendo l’avvio del primo interpello per il 6 novembre p.v..
È un rischio che, con il sollievo dei primi “interpellandi”, l’Amministrazione veneta ha inteso meritoriamente accollarsi, confidando – del tutto condivisibilmente – nell’accoglimento dell’appello e quindi nella conferma della graduatoria.

 (g.b.)

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