Il pegno su quote di società titolari di farmacia – QUESITO
La scrivente ha ricevuto un quesito da parte di un proprio iscritto in
merito alla seguente tematica.
Un farmacista titolare e socio maggioritario di una farmacia sotto forma di
società in accomandita semplice vorrebbe dare in pegno ad una
banca/finanziaria le proprie quote societarie per ottenere un finanziamento
finalizzato sempre alla stretta attività della farmacia.

Ricordando in primo luogo che neppure il socio “maggioritario” di una
società di farmacisti può essere considerato titolare della farmacia
sociale (soltanto il Min. Salute, come noto, ha affermato una cosa del
genere, pur circoscrivendola alle società costituite tra i vincitori in
forma associata in uno dei concorsi straordinari ora in atto), la
costituzione del diritto di pegno su quote di società di persone presenta
qualche aspetto critico che vedremo brevemente di illustrare, cogliendo in
ogni caso soprattutto i profili salienti e fornendo qualche indicazione
fosse utile per la specifica vicenda descritta nel quesito.
In principio, la possibilità di costituire un diritto di pegno su una quota
di società di persone deve ritenersi ormai più o meno pacificamente
ammessa.
La stessa giurisprudenza di legittimità (Cass. Civ. 7 nov 2002 n. 15.605)
assume infatti che “le quote sociali sia delle società di capitali che
delle società di persone, costituiscono posizioni contrattuali
‘obiettivate’, suscettibili, come tali, di essere negoziate in quanto
dotate di un autonomo ‘valore di scambio’ che consente di qualificarle come
‘beni giuridici’”.
Dunque, come la quota può essere venduta, allo stesso modo può formare
oggetto di atti di disposizioni “minori” (ad esempio, la costituzione di un
diritto reale di garanzia, come è proprio il caso del pegno) potendo la
partecipazione considerarsi a ogni effetto un bene mobile.
Occorre tuttavia coniugare correttamente la costituzione di questo diritto
a favore di un terzo (il creditore pignoratizio) con la disciplina delle
società di persone in generale e naturalmente anche con le disposizioni
specifiche in tema di farmacie.
Infatti, il pegno attribuisce al suo titolare il potere di far vendere la
quota sociale (art. 2796 c.c.) e di soddisfarsi sul ricavato della vendita
con preferenza rispetto agli altri creditori (art. 2787 c.c.), ovvero di
ottenerne l’assegnazione in luogo del pagamento del credito garantito (art.
2798 c.c.) e – se non viene diversamente disposto – di far propri gli utili
e la quota di liquidazione, imputandoli prima alle spese e agli interessi e
infine al capitale (art. 2798 c.c.).
Come si vede, perciò, la costituzione del pegno implica il trasferimento a
terzi di alcuni dei diritti derivanti dalla partecipazione sociale come a)
il diritto agli utili e b) quello alla quota di liquidazione, ma anche
l’attribuzione c) del potere di vendita coattiva della quota o d) di
assegnazione della stessa.
Ora, se la cessione dei diritti sub a) e b) per il loro contenuto
patrimoniale non richiederebbe in linea generale (ma l’atto
costitutivo/statuto della società può in astratto disporre diversamente,
anche se è dato vederlo molto raramente) il consenso degli altri soci, così
non può dirsi per le facoltà sub c) e sub d), che confliggerebbero invece
con il regime della trasferibilità delle quote di società di persone,
costituendo una modifica dei patti sociali ammissibile soltanto con il
consenso di tutti i soci (sempreché, e qui è certo più frequente, non sia
convenuto altrimenti), ma fatto salvo il caso della quota del socio
accomandante che – diversamente, e però sempre in assenza di una contraria
disposizione statutaria – è trasmissibile per causa di morte o per atto tra
vivi con il consenso della “maggioranza”.
La costituzione pertanto del diritto di pegno su una quota sociale diventa
in sostanza possibile quando sia operata con le stesse modalità e gli
stessi presupposti (oltre che con le necessarie tutele) inerenti al
trasferimento della quota, e del resto è ragionevole che sia così perché –
se fosse consentito sottoporre quest’ultima a pegno con il mero consenso
del socio-debitore – si legittimerebbe l’ingresso in società di terzi, cioè
degli acquirenti della quota in seguito alla vendita in sede di esecuzione
forzata, quindi in violazione del principio di cui all’art. 2252 c.c., per
il quale le modificazioni del contratto sociale richiedono (quel che
d’altra parte inerisce a qualunque contratto) il consenso di tutti i soci.
A meno che anche qui, s’intende, non sia contemplato diversamente nell’atto
costitutivo/statuto.
Riassumendo, perciò, la costituzione del diritto di pegno richiede in
principio – fermo quanto già chiarito in ordine alla quota del socio
accomandante – il consenso di tutti i soci, salvo che lo statuto non
preveda altrimenti, subordinando ad esempio (come si rileva abbastanza
spesso) la cessione della quota al consenso della “maggioranza”.
In questa disciplina generale sulla società di persone va inoltre
innestata, come accennato, quella speciale dettata per le società di
farmacisti, che, come noto, prescrive (in attesa degli sconvolgimenti che
anche qui potranno conseguire all’approvazione del ddl. Concorrenza) che la
cessione della partecipazione può essere operata soltanto a favore di
persone in possesso di tutti i prescritti requisiti professionali
soggettivi (a parte la “sospensione” del requisito dell’idoneità fino al
31/12/2016), cosicchè anche l’eventuale cessionario della quota
trasferitagli dal creditore pignoratizio, che eserciti in tal senso – ove
consentitogli, come sopra detto – i diritti che gli derivano dalla
costituzione del pegno a suo favore, deve essere certamente anch’egli un
farmacista regolarmente iscritto all’albo e in possesso (dall’1/1/2017)
dell’idoneità.
Un altro aspetto delicato della vicenda riguarda l’esercizio dei diritti
sociali.
La soluzione più maneggevole è sicuramente quella della puntuale ed
inequivoca individuazione nell’atto costitutivo del pegno, e con l’accordo
di tutte le parti (creditore pignoratizio, socio debitore e altri soci),
dei poteri spettanti al socio e al creditore pignoratizio, ma qualsiasi
pattuizione deve conformarsi al principio per il quale i diritti
amministrativi connessi alla titolarità della quota spettano al creditore
pignoratizio nella misura in cui questi siano finalizzati alla
conservazione del bene oggetto di pegno.
Se quindi spetta al creditore pignoratizio, come si è visto, il diritto
agli utili sociali, per quanto riguarda invece il diritto alla liquidazione
della quota sarebbe sempre di gran lunga preferibile, per parecchie ragioni
anche pratiche, accordarsi per l’esercizio congiunto da parte del socio e
del creditore pignoratizio, eventualmente trasferendo a quest’ultimo il
diritto di pegno sulla somma così ricavata; e però non c’è dubbio che, non
rientrando nel potere di gestione della quota a scopo conservativo,
l’obbligo del conferimento anche in sede di aumento del capitale spetti al
socio, e così anche il diritto di recesso.
Più complessa, invece, appare la questione del diritto di voto e
soprattutto del potere di amministrare.
Sempre nel rispetto del principio secondo cui i “poteri amministrativi” si
trasmettono al creditore pignoratizio nella misura in cui questi siano
finalizzati alla conservazione del bene-quota oggetto di pegno, può
comunque ragionevolmente ritenersi che l’amministrazione societaria spetti
al debitore-socio e al creditore pignoratizio competano invece sia la
facoltà di partecipare agli atti di amministrazione potenzialmente
pregiudizievoli della propria garanzia, come anche il diritto di avere
dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e/o di
consultare i documenti inerenti all’amministrazione.
Infine, l’atto di costituzione del pegno – rientrando indubitabilmente tra
“gli altri fatti relativi alla società” di cui all’art. 2300 c.c. – deve
essere iscritto nel registro delle imprese e conseguentemente redatto nella
forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata.
Come forse a questo punto sarà chiaro, in caso di costituzione di pegno è
opportuno modificare adeguatamente l’atto costitutivo/statuto della
società, in modo che tenga conto di quanto ne derivi di diritto o per
effetto di specifiche pattuizioni.
(gustavo bacigalupo)

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