Nuove regole per le spese nella riforma del processo tributario

Con l’approvazione definitiva del D.Lgs. n. 156 del 24/09/2015 (G.U. n. 233
del 07/10/2015) è stata attuata la delega al governo (L. 11/03/2014 n. 23)
riguardante la revisione del contenzioso tributario.
In attesa di un approfondimento sistematico sulle novità, vogliamo
accennare in questo contesto alla riscrittura delle regole relative alle
spese processuali, cioè a tutte quelle spese che il contribuente affronta
per difendersi dal Fisco dinanzi alle commissioni tributarie.
A tale proposito sempre il D.Lgs.vo 156/2015, che entrerà in vigore il 1
gennaio del prossimo anno, fa più chiarezza rispetto al passato sul loro
contenuto, specificando che nelle spese processuali vanno ricompresi il
contributo unificato, gli onorari del difensore, le spese generali e gli
esborsi sostenuti per i contributi previdenziali e l’iva.
Ma chi deve sostenere le spese del processo?
Il codice di procedura civile (art. 92) pone al riguardo la regola generale
per la quale le spese seguono la soccombenza e, quindi, chi perde rifonde
alla parte vincitrice i costi sostenuti per il giudizio. La regola opposta,
quella della compensazione delle spese (in pratica, ogni parte sostiene le
proprie), può applicarsi solo eccezionalmente in caso di soccombenza
reciproca – vale a dire, in caso di accoglimento parziale del ricorso o
dell’appello del contribuente – ovvero quando concorrano gravi e
eccezionali ragioni, che devono comunque essere indicate nella motivazione
della sentenza.
Queste regole sono applicabili anche nel processo tributario in virtù del
rinvio operato dall’art. 1 del D. Lgs. 546/92 (il “codice” del processo
tributario) alle norme del codice di procedura civile; tuttavia in passato
si è fatto abuso della compensazione da parte dei giudici tributari e tale
deprecabile prassi continua purtroppo anche se in misura notevolmente
inferiore.
Allo scopo, quindi, di eliminare questa cattiva abitudine, il D.lgs.
156/2015 inserisce la stessa disposizione del c.p.c. nell’art. 15 del
D.Lgs. 546/92: la sostanza del principio per la verità non cambia granché
ma la sua inclusione nel corpo stesso del “codice” tributario ne rafforza
il vigore e scongiura ogni dubbio – se mai ne fosse rimasto qualcuno –
sulla sua applicazione nel processo tributario.
Stessa tecnica è stata adottata per la responsabilità aggravata, che si ha
quando taluno agisce o resiste in giudizio con malafede o colpa grave (ad
esempio il contribuente che, avendo manifestamente torto, agisca in
giudizio al solo scopo di dilazionare il pagamento); in casi del genere la
parte soccombente può essere condannata, oltre che al pagamento delle
spese, anche ad un risarcimento del danno.
Anche in tale evenienza la norma del c.p.c. (art. 96), perfettamente
applicabile al processo tributario in virtù del ricordato richiamo, è stata
inserita nel citato art. 15, questa volta però non solo per rafforzarne la
portata ma anche per chiarire definitivamente, sulla scorta della
giurisprudenza della Cassazione (v. da ultimo Ord. SS.UU. n. 13.899 del
03/06/2013), la piena competenza della commissione tributaria alla
liquidazione del danno.
Non sarà quindi necessario in questi casi, come in passato, instaurare un
diverso e distinto procedimento dinanzi al giudice ordinario per ottenere
il risarcimento del danno.
Infine, novità importanti anche per le spese dei processi nei quali
interviene un tentativo di conciliazione: se la proposta non viene
accettata dall’altra parte e il giudice accoglie la domanda in misura non
superiore a quella proposta, la parte che ha rifiutato senza giustificato
motivo la conciliazione viene condannata al pagamento delle spese del
processo maturate dopo la formulazione della proposta.
La deflazione del contenzioso, infatti, resta pur sempre – come
testimoniano disposizioni del genere – uno degli obiettivi principali del
legislatore.
(stefano lucidi)

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