La riforma fiscale del 2014 regala una nuova veste anche all’interpello
tributario

La legge delega 23/2014 ha riguardato infatti anche l’interpello
tributario, perché dal 22 ottobre scorso, per effetto del D.lgs n.
156/2015, è in vigore una nuova disciplina, finalizzata essenzialmente al
potenziamento dell’istituto nella più ampia prospettiva politica di riforma
della figura e del ruolo dell’amministrazione finanziaria e,
conseguentemente, del rapporto con i cittadini-contribuenti.
Con l’interpello, infatti, il contribuente, prima di porre in essere un
determinato comportamento, può chiedere il parere dell’amministrazione
finanziaria, ottenendo una risposta (tacita o espressa) vincolante per
quest’ultima nei suoi confronti e che quindi puà tutelarlo da atti di
imposizione e/o sanzionatori difformi dalla risposta fornita (salva
l’ipotesi di una rettifica alla precedente interpretazione).
La riforma ha provveduto perciò a esaltare in pratica la funzione di tax
compliance propria dell’istituto riordinando la “selva” degli interpelli
esistenti essenzialmente in quattro tipi, oltre a introdurre alcune
semplificazioni procedurali.
Con l’interpello ordinario – che possiamo considerare come la forma più
comune e ricorrente – il contribuente può richiedere sia la corretta
interpretazione di una norma tributaria, qualora sulla stessa esistano
obiettive condizioni di incertezza (c.d. interpello ordinario
“interpretativo”) e sia l’esatta qualificazione di una fattispecie concreta
(c.d. interpello ordinario “qualificatorio”): un classico esempio di
quest’ultimo tipo riguarda la classificazione di una spesa tra quelle di
rappresentanza ovvero di pubblicità (ben diverse, infatti, sono le regole
di deducibilità per le due categorie).
Con l’interpello probatorio si possono chiedere chiarimenti sulle
condizioni che potrebbero portare o meno all’applicazione di un regime
agevolato.
Con l’interpello anti-abuso viene completata di fatto la “codificazione”
dell’abuso del diritto – operata dal nuovo art. 10-bis dello Statuto dei
diritti del contribuente – apprestando lo strumento per ottenere
dall’amministrazione finanziaria il parere sulla natura “abusiva” o meno di
determinate operazioni.
Con l’’interpello disapplicativo, infine, si possono chiedere chiarimenti
sui requisiti che legittimano la disapplicazione di norme tributarie che,
allo scopo di contrastare comportamenti elusivi, limitano detrazioni,
deduzioni e crediti di imposta, come ad esempio la disciplina del riporto
delle perdite per le società.
Ci auguriamo che le nuove norme rechino un’affermazione dell’istituto che
fino ad oggi – diciamolo pure – è stato “frenato” dalle sin troppo numerose
risposte prudenziali dell’Amministrazione finanziaria, rese comunque più
per esigenze di tutela del gettito, che per un autentico sforzo
interpretativo e/o qualificatorio.
(franco lucidi )

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