Detrazione iva: anche per la Cassazione (finalmente) la sostanza prevale
sulla forma

Una decisione sicuramente da salutare con favore e si tratta della sentenza
n. 18925/2015 della Corte di Cassazione (Sez. V Civile). Vediamo subito
perché.
La Corte si è occupata di diritto alla detrazione Iva, ovvero del diritto
di portare in diminuzione dell’iva riscossa dai clienti quella pagata ai
propri fornitori ai fini della liquidazione e versamento periodico (mensile
o trimestrale secondo il volume di attività) dell’imposta dovuta: il pane
quotidiano di ogni attività economica, compresa la farmacia.
Ebbene, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea,
gli Ermellini hanno affermato che quel diritto è condizionato
esclusivamente: a) all’adempimento dell’obbligo di rivalsa, e quindi, in
termini più chiari, al pagamento dell’imposta esposta nelle fatture dei
fornitori e b) alla destinazione di beni e servizi acquistati
nell’esercizio dell’impresa (c.d. inerenza).
Tutte le altre formalità imposte dalla legge – quali la registrazione delle
fatture ricevute, la presentazione della dichiarazione, ecc. – “rimangono
estranee alla fattispecie costitutiva del diritto a detrazione,
configurando ‘meri obblighi formali a fini di controllo (volti a prevenire
il rischio di frode e di evasione) la cui violazione – attenzione a questo
passaggio (!) – non autorizza affatto gli stati membri a precludere al
soggetto passivo l’esercizio di tale diritto”.
L’affermazione di principio è notevole perché sino ad ora i verificatori
tributari sono stati purtroppo tenacemente propensi a disconoscere il
diritto alla detrazione, con quel che ne consegue in termini di recupero di
maggiore imposta, sanzioni ed interessi, in presenza di irregolarità
meramente formali quale, ad esempio, proprio l’omessa registrazione di una
fattura: le indicazioni della Corte dovrebbero dunque contribuire a fare
finalmente chiarezza in proposito e a orientare anche le indagini
tributarie sul profilo della “sostanza”.
Naturalmente tutto questo non significa che “gli obblighi formali –
contabili”, come vengono chiamati nella sentenza, non abbiano la loro
importanza, né che le parole dei giudici di legittimità debbano essere
lette nel senso di un affievolimento della necessità di una loro puntuale
osservanza.
E infatti, se pure la violazione di quegli obblighi – come abbiamo appena
visto – non compromette in sé il diritto alla detrazione, incide però sul
piano della prova che il contribuente raggiunto dall’accertamento è
chiamato a fornire proprio della sussistenza di quelle condizioni
sostanziali (pagamento dell’imposta al fornitore e destinazione del bene
e/o servizio acquistato all’attività d’impresa), alle quali, e soltanto ad
esse, deve essere collegata la nascita del diritto alla detrazione.
Più precisamente, laddove tali adempimenti formali siano rispettati
“graverà sull’Amministrazione fiscale che intenda disconoscere il diritto a
detrazione, negando la corrispondenza della realtà effettuale a quella
rappresentata nelle scritture contabili, l’onere della relativa prova;
diversamente, ove il contribuente non si attenga alle prescrizioni formali
e contabili disciplinate dall’ordinamento interno, sarà onere dello stesso,
a fronte della contestazione di omessa o irregolare tenuta delle scritture
contabili (nella specie dei registri iva dei corrispettivi e degli
acquisti) fornire adeguata prova – che non consiste in altro, a ben
guardare, che nella dimostrazione del pagamento della fattura del fornitore
e dell’inerenza dei beni e servizi acquistati all’attività di impresa (!) –
delle condizioni sostanziali cui la normativa comunitaria ricollega
l’insorgenza del diritto a detrazione.”
Estremamente chiaro, ci pare.
(franco lucidi)

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