UN ALERT PER IL PATERFAMILIAS: SECONDO LA CASSAZIONE, ANCHE NEI RAPPORTI
TRA COEREDI L’AVVIAMENTO DELLA FARMACIA LEGATA A UNO DI LORO VA VALUTATO
CON I CRITERI DI CUI ALL’ART. 110 TU.SAN.

La sentenza n. 21523 del 22/10/2015 della II Sez. Civ. della Cassazione
deve francamente intrigare gli “esperti” di diritto farmaceutico e più in
generale chi si occupa professionalmente del settore, perché decide su una
vicenda che si pone abbastanza spesso in una famiglia il cui “capo” è un
titolare di farmacia che al suo interno deve/vuole certo risolvere la
questione del “passaggio generazionale” dell’esercizio, senza però al tempo
stesso perdere di vista i diritti degli altri legittimari.
È un problema che notoriamente – a dispetto delle ottimistiche previsioni
del legislatore del 2006 – il patto di famiglia non è riuscito nel concreto
mai a risolvere pienamente (e sarebbe troppo lungo ribadirne in questa sede
le ragioni), quel che invece riuscirà forse al ddl. Concorrenza e anche qui
sappiamo il perché.
La fattispecie decisa dalla Suprema Corte è dunque la seguente: muore un
titolare di farmacia in forma individuale che lascia quattro figli (di cui
uno solo farmacista) e il coniuge in regime di comunione legale, nella
quale tuttavia l’esercizio poteva ragionevolmente rientrare (al decesso del
titolare) soltanto “de residuo” e limitatamente – considerato che la
farmacia era stata bensì acquistata durante il matrimonio ma prima della
riforma del diritto di famiglia del 1975 – agli “incrementi aziendali”
riconducibili al solo periodo compreso tra l’entrata in vigore della
riforma (20/9/1975) e la data del decesso.
Ma quella era una famiglia troppo numerosa e comunque troppo litigiosa,
tant’è che – non preoccupandosi minimamente di rispettare la volontà
espressa dal de cuius con accuratissime (quanto illusorie, visti gli oltre
vent’anni di conflitto tra i suoi eredi) disposizioni olografe – i tre
figli non farmacisti convenivano in giudizio il fratello, legatario
dell’intero esercizio, muovendo un buon numero di censure al testamento del
padre e chiedendo in particolare al giudice, oltre a tante altre cose, di
veder affermato l’obbligo da parte sua di rimettere (figurativamente)
nell’asse la farmacia assumendola ad un valore corrispondente, quanto
all’avviamento, a quello di una qualunque azienda in comune commercio.
È questo naturalmente l’aspetto che qui più ci riguarda, ma suggeriamo –
anche a chi si trovi nelle condizioni e con gli intendimenti di quel
titolare di farmacia mentre redigeva le sue disposizioni di ultima volontà
– di scorrere con un po’ di attenzione questa decisione, peraltro di facile
lettura, perché affronta aspetti comuni a tante famiglie (anche se –
fortunatamente, aggiungiamo – questi esiti molto poco commendevoli, tanto
più che non erano in ballo cifre dell’altro mondo, non sono così numerosi
come si potrebbe temere).
Eccoci dunque al punto saliente, sul quale la Corte – discostandosi, se
guardiamo bene, dai rigorosi principi civilistici più volte in precedenza
richiamati per altri come per questo stesso settore (se escludiamo la sent.
3023/83, che però in realtà non affronta lo stretto merito del nostro
problema) – decide affermando che l’avviamento di una farmacia, anche
quando sia necessario valutarlo in sede e a fini successori, va determinato
con i criteri di cui all’art. 110 TU.San., quindi in ragione del triplo
della media annua del reddito d’esercizio dichiarato negli ultimi 5 anni.
Per i giudici di legittimità, infatti, l’avviamento inerisce in questo caso
“ad un’azienda in cui, accanto ai profili privatistici inerenti
all’attività di gestione svolta dal farmacista, convergono spiccati
caratteri pubblicistici, connessi a superiori interessi all’assistenza
sanitaria e alla cura della salute pubblica, tali da giustificare la
perdurante previsione di rigorosi vincoli di diritto pubblico… che,
influenzando inevitabilmente il margine di profitto conseguibile
dall’esercente, non consentono di equiparare l’iniziativa economica di un
farmacista a quella di un qualunque altro imprenditore”
Tale “specialità” del diritto delle farmacie rispetto al diritto dei comuni
esercizi commerciali spiegherebbe quindi – secondo la sentenza – perché
l’avviamento non possa essere calcolato per la farmacia “in base ai criteri
di valutazione dei beni in libero commercio”, e debba invece, “anche in
caso di trasferimento mortis causa”, essere “accertato… alla stregua dei
criteri più restrittivi previsti dall’art. 110 del T.U., attraverso il
quale, come si è rilevato, è stato attuato un corretto bilanciamento tra
gli evidenziati interessi privatistici e pubblicistici”.
Per meglio corroborare la tesi la Corte richiama anche il proprio
precedente (allora non era stata ancora istituita la Sez. Tributaria) n.
124 del 15/1/1973, che tuttavia – se non ricordiamo male – decideva una
fattispecie insorta prima che la farmacia diventasse un bene in commercio,
prima cioè della L. 475/68, e quando anzi il figlio (o il coniuge)
farmacista – nel concorso bandito in ordine alla farmacia genitoriale (poco
importa che il titolare fosse deceduto o avesse rinunciato alla titolarità)
– aveva addirittura “titolo di preferenza assoluta” ai sensi dell’abrogato
art. 107 del T.U. (una disposizione che aveva alimentato a lungo, a carico
della categoria, le antiche accuse di “baronie” o simili…) e conseguendo in
pratica ope legis la titolarità dell’esercizio.
Allora sì che il figlio (o il coniuge) erano tenuti a liquidare ai coeredi
semplicemente una frazione (corrispondente alle rispettive quote di
riserva) dell’indennità di avviamento determinata ai sensi dell’art. 110,
ma si trattava della puntuale applicazione di una norma disposta infatti
esattamente (anche) a favore di tutti gli eredi del titolare deceduto e a
carico del nuovo assegnatario per concorso della farmacia, che fosse uno
della famiglia o un qualsiasi terzo.
Non così invece in un caso come quello esaminato dalla Cassazione, dove è
in ballo null’altro che un’azienda commerciale, che è disciplinata finché
si vuole anche da norme di diritto amministrativo, ma che in una
fattispecie di mero diritto privato – come sicuramente è una fattispecie di
diritto successorio – va risolta con strumenti privatistici, perché non
tutto quel che dispone per una farmacia il diritto amministrativo può
interferire/interferisce con quel che dispone la norma civilistica, come
anche viceversa (e potremmo portare più di un esempio a sostegno).
E quando i due ordinamenti, invece di correre su binari paralleli, siano
chiamati dal sistema a intersecarsi e/o sovrapporsi con il sacrificio
dell’uno o dell’altro, se e quale dei due debba soccombere è la norma a
doverlo decidere, mentre qui la sfera di applicazione dell’art. 110 TU.
sembra ivi ben marcata e insuscettibile perciò di estensioni disinvolte a
fattispecie estranee alla sua non equivoca area di operatività.
Cosicché, per tornare a questa vicenda (che, detto tra parentesi, aveva
visto sulla specifica questione gli attori vincere in tribunale ma
soccombere dinanzi alla corte di appello alla cui tesi, come stiamo
vedendo, la Cassazione finisce poi per aderire), non possono convincere i
richiami ai vincoli di diritto pubblico che caratterizzano l’esercizio
della farmacia, perché – specie quando questa, come in sede successoria,
debba essere valutata non come servizio pubblico ma con precipuo, anzi
esclusivo, riguardo alla sua veste di azienda – sembra molto arduo invocare
l’applicazione tout court dell’art. 110 TU.San. (che regola, come accennato
e come del resto tutti sanno, rapporti tutt’affatto diversi) e sottrarsi
pertanto ai criteri di valutazione propri di un qualsiasi bene “in libero
commercio”.
Per di più, la disamina della Cassazione, quando tenta una migliore
illustrazione del suo assunto, diventa perfino pasticciata, disseminata di
momenti di perplessità, di contraddizioni e affermazioni apodittiche e di
curiosi richiami giurisprudenziali quanto mai inconferenti. Chiunque, anche
non particolarmente edotto di cose giuridiche, se ne può comunque
convincere senza fatica leggendo con un po’ di attenzione la sentenza.
Ma non può naturalmente essere questa la sede opportuna per approfondimenti
ulteriori della decisione, che d’altra parte meriterebbe un’analisi
accurata anche per gli altri aspetti – pur non infrequenti nel settore –
che essa affronta, come quello già ricordato dei criteri di inclusione “de
residuo” della farmacia nella comunione legale con il coniuge (al momento
della sua cessazione, come si sa), o della valutazione del vitalizio
disposto dal testatore quale sublegato a favore di quest’ultimo, o della
pretesa simulazione del contratto di associazione in partecipazione
intercorso tra il de cuius e il legatario della farmacia, e così via.
Certo è però che si tratta indubbiamente di una pronuncia purtroppo molto
autorevole, e che un titolare di farmacia in forma individuale – come anche
il possessore di quote in una società titolare di farmacia – deve quindi
aver ben presente quando voglia disporne in fase testamentaria (oppure in
vita con atti di liberalità) a favore di un solo legittimario, perché è
chiaro che il criterio individuato dalla Corte per la determinazione del
valore di avviamento dell’esercizio può influenzare seriamente le scelte da
operare nell’individuazione del più adeguato “passaggio generazionale”.
D’altronde, questo è (ormai?) il dictum della Suprema Corte e, piaccia o
non piaccia, bisognerà tenerne conto.
(gustavo bacigalupo)

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