Altre importanti novità sulla riforma del processo tributario

Il D.lgs 156/2015 di attuazione della c.d “delega fiscale” conferita al
Governo per la nuova disciplina del contenzioso tributario, oltre alle
nuove norme in materia di spese processuali da noi illustrate qualche
giorno fa (v. Sediva news del 28.10.2015), ha ampliato l’operatività di
alcuni istituti deflattivi delle controversie fiscali.
Il legislatore delegato ha così esteso l’obbligo del preventivo reclamo e
della mediazione (un po’ quello che sta accadendo nelle varie riforme del
processo civile) anche alle controversie – di valore non superiore ad €
20.000 – in cui non è parte l’Agenzia delle Entrate, ma altre Agenzie
fiscali (come ad esempio l’Agenzia delle Dogane) e/o gli enti locali (come
per esempio i comuni per l’Ici), consentendo alle parti di raggiungere un
accordo sulla base delle argomentazioni fornite dal contribuente
contrastando un atto impositivo (ed in tal caso le sanzioni si applicano
della misura del 35% del minimo previsto dalla legge) e prima
dell’instaurarsi del contenzioso giudiziario vero e proprio, come anche
per l’amministrazione di annullare l’atto emesso in caso di accoglimento
integrale delle contestazioni della parte.
E sempre allo scopo di incentivare l’accordo delle parti, ove una di esse
non abbia accettato la proposta conciliativa dell’altra e l’esito del
contenzioso sia “peggiorativo” rispetto a quella proposta, le spese del
processo per la parte soccombente sono naturalmente a suo carico, ma
maggiorate del 50% a titolo di rimborso dei maggiori oneri del procedimento
di mediazione non conclusosi con esito positivo.
È stato poi anche potenziato l’istituto della conciliazione giudiziale,
perché, differentemente dalle attuali disposizioni, sarà possibile – una
volta instaurata la controversia giudiziaria – raggiungere la conciliazione
sia fuori udienza che nel corso dell’udienza di primo e anche di secondo
grado di giudizio.
Le sanzioni applicabili sono del 40% del minimo previsto dalla legge in
caso di perfezionamento della conciliazione nel corso del primo grado del
processo e del 50% in secondo grado; non è stata invece inserita la norma –
auspicata da molti – circa la facoltà di conciliare in pendenza di un
ricorso presso la Suprema Corte di Cassazione.
È stato anche codificato un principio – sancito peraltro dalla recente
giurisprudenza di legittimità – riguardante la possibilità per la
competente Commissione tributaria di sospendere non solo l’efficacia
dell’atto impositivo, ma anche le eventuali sentenze di primo e secondo
grado, sempreché siano state, come è facile comprendere, impugnate
rispettivamente in secondo grado e in Cassazione, e si provi altresì che
dall’esecuzione dell’atto sussista o derivi un danno grave e irreparabile
oltre al solito fumus boni juris; la sospensione può tuttavia essere
subordinata alla prestazione di idonea garanzia.
Diventano inoltre immediatamente esecutive le sentenze delle commissioni
tributarie di merito che sanciscano il diritto del contribuente al rimborso
di imposte e vanno eseguite entro 90 giorni dalla loro notificazione, anche
se il pagamento può essere subordinato dal giudice – se l’importo da
rimborsare è superiore ad € 10.000 – alla prestazione di idonea garanzia i
cui costi, anticipati dal contribuente, sono a carico della parte
soccombente all’esito definitivo del giudizio.
Ove l’amministrazione non vi provveda, il contribuente può adire il giudice
tributario che ha emesso la sentenza, chiedendo la nomina di un commissario
ad acta, perché disponga il versamento di quanto dovuto.
Si tratta del c.d. “giudizio di ottemperanza” che si applica in ogni caso
per richiedere l’esecuzione degli obblighi a carico dell’A.F. derivanti da
una sentenza passata in giudicato, cioè definitiva perché non più
impugnabile, cui il contribuente può sempre aderire.
È stata comunque abolita la possibilità di accedere all’esecuzione forzata
disciplinata dal codice di procedura civile.
Confermata, infine, la riscossione frazionata dei tributi in pendenza di
giudizio.
E così, in caso di accertamento che sfoci in un contenzioso, il
contribuente deve versare un terzo delle maggiori imposte accertate entro i
termini di presentazione del ricorso, oppure i due terzi dopo la sentenza
della Commissione provinciale che respinge il ricorso, ovvero per
l’ammontare risultante dalla sentenza della Commissione provinciale (e
comunque non oltre i due terzi) se quest’ultima accoglie parzialmente il
ricorso, e infine per il residuo ammontare determinato da una sentenza
della Commissione tributaria regionale; ferma, come sopra ricordato, la
possibilità di chiedere la sospensione dell’efficacia delle sentenze in
presenza di un danno grave e irreparabile.
Le nuove norme entreranno in vigore il 1 gennaio 2016 e dovranno però nel
concreto “fare i conti” con l’attuale organizzazione delle commissioni
tributarie e con gli organici a loro disposizione, in quanto nella nostra
esperienza abbiamo dovuto purtroppo assistere alla negazione delle
fissazioni di udienza di procedimenti cautelari (la discussione, cioè,
delle istanze di sospensione dell’efficacia degli atti) per carenza di
personale, con buona pace delle norme garantistiche nei confronti del
contribuente.
Insomma, tra il dire e il fare…
(stefano lucidi)

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