La responsabilità (circoscritta) del cessionario se acquista da una società
una delle tre farmacie di cui questa è titolare – QUESITO
Siamo titolari in forma di società di una farmacia e siamo in trattative
per acquistarne un’altra, di cui è titolare un’altra società che a sua
volta è anche titolare di ulteriori due esercizi.
In pratica noi vorremmo acquistare soltanto una delle tre farmacie, ma il
commercialista e il notaio non sembrano d’accordo su quali siano i rischi
dell’acquisizione di un ramo d’azienda, come ci hanno spiegato essere
questo il caso.
In sostanza non è chiaro se risponderemo dei soli debiti riguardanti la
farmacia acquistata oppure di tutti i debiti della società venditrice.

È una vicenda che merita qualche approfondimento anche perché sembra porsi
sempre più spesso (le ragioni non è difficile comprenderle) e ancor più
frequentemente dovrebbe ricorrere con l’ingresso del “capitale” nella
farmacia.
Poniamo dunque che una società di persone, titolare (come è descritto nel
quesito) di più di una farmacia, decida di cedere uno solo degli esercizi
gestiti; o che, altra ipotesi tutt’altro che rara, un titolare individuale
– che conduca con la stessa partita iva anche una parafarmacia – ceda
soltanto la farmacia, o soltanto la parafarmacia, mantenendo l’altro punto
vendita.
In queste evenienze – in cui ad essere trasferita non è l’intera azienda ma
solo un ramo di essa – come dovrebbe dunque configurarsi la responsabilità
solidale dell’acquirente ex art. 2560 c.c.? Varrebbe per i soli debiti
relativi al ramo ceduto o per tutte le posizioni debitorie dell’impresa
come tale, comprese dunque quelle relative ai rami d’azienda non oggetto di
cessione? O addirittura per nessun debito?
Sulla questione, su cui gravavano sinora non poche incertezze (proprio per
questo presumibilmente non si sono trovati d’accordo il notaio e il
commercialista), ha recentemente fatto però chiarezza la Cassazione (Sent.
Sez. III Civ. n. 13.319 del 30/06/2015).
Andiamo con ordine.
In tema di cessione d’azienda, l’art. 2560 c.c. – come abbiamo avuto
occasione di osservare anche nel dettaglio in numerose circostanze –
afferma il principio fondamentale, peraltro ben conosciuto, per il quale
“nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti
anche l’acquirente dell’azienda se essi risultano dai libri contabili
obbligatori”.
I debiti, beninteso, sono dell’alienante e tali restano, sol che – a tutela
dell’affidamento dei creditori sul patrimonio aziendale per il
soddisfacimento delle loro posizioni – il codice civile stabilisce che ne
risponda anche l’acquirente, sia pure nei noti limiti delle risultanze
contabili e con la sola ma rilevante eccezione delle obbligazioni
dell’impresa derivanti da rapporto di lavoro subordinato, per i quali si
applica infatti il principio generale della libera prova dell’esistenza dei
debiti stessi, indipendentemente perciò dalle registrazioni contabili.
Ma quando a essere ceduto non è l’intero complesso aziendale ma appunto uno
o più rami di esso, intendendo quest’ultimo – è d’altra parte la stessa
Suprema Corte a rammentarlo anche in questa decisione – come quel
“complesso produttivo che abbia un’autonoma capacità di iniziare o
proseguire l’attività di impresa”, come si articola quella responsabilità?
Per la Cassazione l’acquirente risponde soltanto dei debiti che dalle
scritture contabili risultino univocamente riferibili al ramo trasferito e
non invece di quelli relativi ai rami d’azienda non ceduti, né – sia pure
pro-quota – dei debiti inerenti alla gestione complessiva dell’impresa
cedente.
La Corte, in definitiva, opera un bilanciamento degli interessi in gioco:
da una parte quello dei creditori a che non venga meno la garanzia per il
soddisfacimento del loro credito e dall’altra quello dell’acquirente – e in
generale della collettività – alla facile circolazione del bene-azienda.
Facendo leva sull’elemento posto dalla norma come fatto costitutivo della
responsabilità dell’acquirente – che, come detto, è l’iscrizione dei
debiti, anteriormente alla cessione d’azienda, nei libri contabili
obbligatori – i nostri Ermellini delineano dunque un principio quasi
salomonico di pura (?) ragionevolezza: l’acquirente risponde delle sole
obbligazioni pertinenti al ramo d’azienda ceduto risultanti dalle scritture
contabili obbligatorie e questo (ecco un altro passaggio cospicuo della
sentenza) anche in mancanza di una contabilità distinta, nel complesso
delle scritture contabili obbligatorie dell’impresa, per il ramo stesso.
Infatti, aggiunge la Suprema Corte, “pur in presenza di una contabilità
unitaria, l’acquirente di un ramo d’azienda è messo in grado di conoscere i
debiti pregressi di cui dovrà rispondere con la consultazione dei libri
contabili, individuando i debiti inerenti al ramo di azienda acquistato in
vista della sua autonomia economica e funzionale”.
Quindi, la presenza di una contabilità unitaria e “confusa” non dovrebbe in
quanto tale rivelarsi causa di impedimento all’individuazione dei debiti
inerenti il ramo d’azienda ceduto, e per ciò stesso all’affermazione nel
concreto del “principio” per il quale – per così dire – chi compra risponde
solo dei debiti contratti per quel che compra; con buona pace di chi
intenda renderlo responsabile anche del resto (come era stato invocato
nella fattispecie dedotta in giudizio).
Alle stesse conclusioni non si può invece pervenire per i debiti fiscali,
in ordine a cui – limitandoci al comparto delle imposte dirette – la
responsabilità è infatti estesa inequivocabilmente a tutte le pendenze
relative all’impresa cedente, tenuto conto che, ai sensi dell’art. 14,
comma 1, D.Lgs. 472/97, “il cessionario è responsabile in solido, fatto
salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente ed entro i
limiti del valore dell’azienda o del ramo d’azienda, per il pagamento
dell’imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell’anno
in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, nonché per quelle già
irrogate e contestate nel medesimo periodo anche se riferite a violazioni
commesse in epoca interiore”.
Né francamente sembra poter essere altrimenti, perché, se i debiti fiscali
attengono – come attengono – indistintamente all’impresa nel suo complesso,
la garanzia posta dalla norma a favore del Fisco non può che riguardare
l’universalità di quei debiti, pur naturalmente con il tetto del valore di
quanto acquistato.
Ma nei limiti che si son visti la posizione assunta dalla Cassazione sembra
destinata a consolidarsi e quindi, per quanto vi riguarda, la società che
si renderà acquirente di una delle farmacie della società venditrice
dovrebbe senz’altro rispondere solidalmente delle sole obbligazioni
riconducibili contabilmente (con tutte le difficoltà cui si è accennato)
all’esercizio oggetto della cessione.
(gustavo bacigalupo)

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