La tassazione della cessione dell’azienda gestita in impresa familiare

Con una risoluzione di fine agosto 2015, l’Agenzia delle Entrate ha
ribadito il proprio convincimento in ordine alla tassazione in capo al solo
titolare dell’impresa, con esclusione dunque dei collaboratori dell’impresa
familiare, della plusvalenza realizzata in sede di cessione di azienda da
parte dell’imprenditore individuale.
È una vicenda non certo sconosciuta alle farmacie, perché sono numerosi gli
esercizi organizzati in forma di impresa familiare.
Il problema si è posto, in particolare, per il diverso orientamento
espresso da una sentenza della Corte di Cassazione del 2009 (di cui abbiamo
dato ampiamente conto a suo tempo) che aveva infatti ritenuto valido il
comportamento del contribuente che aveva invece “distribuito” la
plusvalenza tra sé e i collaboratori dell’impresa familiare, ma sempre nel
rispetto delle percentuali del 51% a favore del titolare e del residuo a
favore dei collaboratori.
Ben diversamente, come si vede, l’Agenzia è convinta che, trattandosi di
un’impresa individuale, la plusvalenza deve sempre essere dichiarata
interamente dall’imprenditore, anche se quest’ultimo (se posseduta da più
di 5 anni) può naturalmente assoggettarla a tassazione separata e calcolare
quindi l’irpef dovuta sulla base dell’aliquota media applicata nel biennio
precedente la cessione, e a nulla rilevando in ogni caso dal punto di vista
fiscale l’eventuale liquidazione a favore dei collaboratori di quota parte
della plusvalenza stessa.
Proprio questo precedente giurisprudenziale ha tuttavia indotto l’Agenzia a
ritenere non applicabili le sanzioni nel caso in cui la plusvalenza sia
stata ripartita (nel passato) tra i componenti dell’impresa familiare,
trattandosi di un caso di obiettiva condizione di incertezza sulla
tassazione applicabile.
Con l’occasione, l’Amministrazione ha anche precisato che il metodo della
tassazione separata -evidentemente più favorevole al contribuente per il
calcolo delle imposte dovute sopra indicato, rispetto a quello della
dichiarazione integrale nel bilancio in cui la plusvalenza è stata
realizzata, perché in tale ultimo caso sarebbe applicabile l’aliquota
massima del 43%, oltre alle addizionali comunali e regionali – può essere
optato dal contribuente anche nell’ipotesi in cui l’azienda poi ceduta sia
stata acquisita per donazione, e inoltre nel calcolo del quinquennio per il
possesso dell’azienda (requisito richiesto per la sua applicazione) può
essere computato anche il periodo in cui l’azienda stessa è stata posseduta
dal donante, tenuto conto che il trasferimento donante/donatario avviene in
neutralità fiscale.
Insomma, una notizia certamente negativa e una in qualche misura positiva:
beninteso, l’Agenzia delle Entrate non è la Cassazione e, laddove si
ritenga di far valere la tesi di quest’ultima, potrebbe anche valere la
pena, specie in presenza di oneri tributari rilevanti, di battersi in via
giudiziaria per il suo accoglimento.

(stefano lucidi)

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