L’“EMENDAMENTO” ALL’ART. 32 DEL DDL. CONCORRENZA – QUESITO

Ho letto proprio ora che l’unico emendamento al disegno di legge sulla
concorrenza che interessa le farmacie riguarda il divieto di partecipare
alle società titolari di farmacia per medici e industrie farmaceutiche.
Mi pare che sia una soluzione accettabile per noi titolari. Lei che ne
pensa?

L’“emendamento”, che abbiamo rilevato dal sito dell’Ordine Farmacisti di
Roma, si risolverebbe nella sostituzione del disposto di cui alla lett. b)
del comma 1 dell’art. 32 dell’originario ddl., il quale prevede in questo
momento la semplice eliminazione del secondo periodo del comma 2 dell’art.
7 della l. 362/91 che attualmente recita:
“Sono soci della società farmacisti iscritti all’albo, in possesso del
requisito dell’idoneità previsto dall’articolo 12 della legge 2 aprile
1968, n. 475, e successive modificazioni”

(mentre il primo periodo resta comunque fermo al suo dettato odierno: “Le
società di cui al comma 1 hanno come oggetto esclusivo la gestione di una
farmacia”).
Esattamente, in luogo della sua integrale abrogazione, il secondo periodo
del comma 2 dell’art. 7 verrebbe invece modificato in termini peraltro
molto incisivi, essendo infatti sostituito dai due seguenti, che
compongono dunque l’“emendamento”:
“La partecipazione alle società di cui al comma 1 è incompatibile con
qualsiasi altra attività svolta nel settore della produzione,
intermediazione e informazione scientifica del farmaco, nonché con
l’esercizio della professione medica. Alle società di cui al comma 1 si
applicano, per quanto compatibili, le disposizioni di cui all’articolo 8”.

Lei giudica positivamente questo intervento e sotto alcuni aspetti –
specie guardando alla lapidaria quanto sconvolgente (per l’intero sistema)
soppressione disposta dal testo originario del ddl. – sembrerebbe (ma
soltanto sembrerebbe) tutto sommato aver qualche ragione.
Certo, queste preclusioni di partecipazione alle società – soprattutto di
capitale – che assumeranno/potranno assumere la titolarità di una o più
farmacie non sono di poco conto perché, almeno in principio, intenderebbero
(ma soltanto intenderebbero) porsi formalmente di traverso a qualsiasi
“integrazione verticale”, come si esprimono i due relatori Martella e
Fregolent, impedendo “a chi esercita la professione nel campo medico o
farmaceutico di entrare nel capitale delle farmacie” .
Anche per il “Movimento nazionale dei liberi farmacisti” sarebbe un
“emendamento” “pienamente condivisibile per evitare quelle commistioni
pericolose che nel testo del Governo non erano state previste” , anche se
nella sua nota di commento lamenta il totale silenzio sulle ben note
questioni della “farmacia non convenzionata” e della “fascia C”.
Ma se da un giudizio “relativo” (rispetto cioè alla mera soppressione del
secondo periodo del comma 2 dell’art. 7 della l. 362/91 sancita nel testo
del ddl.) passiamo a un giudizio “assoluto” i punti di vista e le opinioni
possono assumere sembianze tutt’affatto diverse.
In particolare, sono almeno tre le criticità importanti che emergono
dall’“emendamento”.
La prima, e di gran lunga quella più inquietante, deriva indubbiamente
dalla scelta – consapevole, troppo consapevole o semplicemente sciatta e
negligente – di replicare pari pari nella sua prima parte, quella di
maggior rilievo, il disposto sub a) dell’art. 8 della stessa l. 362/91,
che, come qualcuno sicuramente ricorderà, fu riscritto dal decreto Bersani
all’esito (stiamo andando a memoria) di un confronto serrato tra Consiglio
di Stato e Corte Costituzionale conclusosi con l’equiparazione per mano
della Consulta delle società di persone titolari di farmacia alle società
di gestione conferitarie di farmacie comunali e che comportava (quella
della Corte era infatti una sentenza c.d. additiva) l’estensione anche a
queste ultime del divieto di partecipazione per i distributori
all’ingrosso.
Il decreto Bersani, quindi, risolveva inopinatamente ma prontamente – con
regale nonchalance – la vicenda (che interessava Milano, Torino, ecc.),
permettendo anche ai grossisti di partecipare liberamente alle società di
gestione, con la “banale” eliminazione del termine “distribuzione” dal
testo originario del punto a) del primo comma dell’art. 8, che pertanto
ancor oggi così recita:
“La partecipazione alle società di cui all’art. 7… è incompatibile :
a) con qualsiasi altra attività esplicata nel settore della produzione,
[qui c’era: distribuzione], intermediazione e informazione scientifica del
farmaco”

Come si vede, l’ “emendamento” (a parte la meritoria ma scontata inclusione
nel divieto di partecipazione altresì degli esercenti la professione
medica, pur se la stessa sorte dovrebbe toccare anche ai veterinari…) si
appiattisce in pratica su questo testo lasciando anch’esso fuori la
“distribuzione”, e quindi non è vero – come affermano forse in buona fede i
relatori – che esso introduca “il divieto di integrazione verticale”,
perché il divieto di partecipazione riguarderebbe in realtà soltanto le
industrie, senza in ogni caso consentirci di comprendere, al di là di ogni
malizia, la fine sostanza di questo gigantesco e infiocchettato cadeau
consegnato nelle mani dei grossisti.
È del resto facile comprendere che altro è permettere loro di partecipare a
società di gestione di farmacie comunali (e di per sé anche questa misura
può tuttora prestarsi a qualche censura) le quali nel sistema non possono
assumerne la titolarità perché pertiene soltanto al comune, e ben altro è
invece consentire ad un altro dei componenti la “filiera del farmaco” (con
tutto quel che comporta) di partecipare a società che possono invece
assumere legittimamente e con pienezza dei ruoli la titolarità di farmacie.
Se questo insomma è l’“emendamento”, la sua ratio e la sua stessa ragion
d’essere ci pare ne impongano senz’altro l’estensione anche ai
distributori: diversamente la pentola può restare sciaguratamente senza un
vero coperchio.
Un altro momento di criticità riguarda il secondo periodo
dell’“emendamento” (“Alle società di cui al comma 1 si applicano, per
quanto compatibili, le disposizioni di cui all’articolo 8), perché sarà
un’impresa titanica – per giuristi e non – elaborare un cuci-scuci appena
ragionevole tra figure di incompatibilità sopravvissute all’art. 32 del
ddl. (così “emendato”) e figure da esso travolte. Ma avremo chissà quante
occasioni per tornare sull’argomento.
Infine, non c’è traccia neppure nell’ “emendamento” di una qualunque golden
share riservata ai farmacisti, invece irrinunciabile se vogliamo conservare
al sistema farmacia – magari soltanto sulla carta, come si può purtroppo
paventare – almeno alcune delle caratteristiche che ne hanno fatto sinora
uno splendido, anche se talora molto sofferto, unicum di impresa,
professione e servizio pubblico.
Non possiamo perciò nasconderci che, così come si presenta ora
l’“emendamento”, resta grande il rischio della cannibalizzazione di una
parte del settore per opera del capitale con la C maiuscola: basti pensare,
anche trascurando i grossisti, ai vari Alibaba e simili, in grado
ampiamente di fagocitare – da autentici category killer – segmenti
importanti della distribuzione al dettaglio dei farmaci.
Ed è un rischio che può pesare molto di più di qualche vantaggio che in
alcune circostanze i titolari di farmacia e le loro famiglie possono trarre
dall’art. 32: ne guadagnerà infatti il padre con due figli, uno farmacista
e l’altro no, che – in vita o in sede successoria – potrà vedere finalmente
risolto (ma il figlio farmacista sarà d’accordo?) i suoi problemi di cambio
generazionale, come potrà trarne profitto anche la farmacia economicamente
e finanziariamente in difficoltà (ma a che prezzo?) o quella che, per
ubicazione o per altro, può sembrare al riparo da qualsiasi appetito di
matrice capitalistica, e così via.
Emendando invece l’“emendamento” come stiamo ora indicando sinteticamente,
e ritenendo d’altra parte che molti possano essere d’accordo, quei pericoli
certamente non si azzerano ma forse possono ridursi in termini onesti e
rendere infine algebricamente accettabile persino questo ennesimo
intervento pro-concorrenziale, anche se è difficile credere che possa
essere l’ultimo.
(gustavo bacigalupo)

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