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Atto “plurimo” di cessione di quote di una società di farmacisti: al Fisco
non basta una sola imposta

Può accadere che più negozi di trasferimento di quote di una società
titolare di farmacia siano contenute in un unico atto, e questo,
generalmente, a ragione della contestualità delle cessioni e/o del legame
intercorrente tra le parti: possiamo così avere quote trasferite da più
cedenti a più cessionari, ma anche da un unico cedente a più cessionari o
da più cedenti a un solo cessionario.

Da parte di qualcuno si è ritenuto – in virtù di una “conciliante”
interpretazione dell’art. 11 della Tariffa–Parte Prima, allegata al T.U.
sull’Imposta di Registro – che l’imposta fissa di 200 euro ivi prevista
dovesse essere assolta una volta sola, alla stregua di una sorta di
“imposta d’atto” che prescindesse dalla pluralità delle disposizioni nello
stesso contenute.

Da qui le contestazioni del Fisco e il cospicuo contenzioso che ne è
derivato.

Ora una recente risoluzione dell’Agenzia delle Entrate (n. 35/E del 02
aprile 2015) fa il punto sulla questione, ricordando – il tema era già
stato per la verità trattato con la risoluzione n. 225/E del 2008 – che in
casi del genere l’imposta fissa è dovuta tante volte quanti sono i negozi
di trasferimento contenuti nell’atto.

Secondo l’art. 21, comma 2, del T.U., infatti, gli atti “plurimi” soggetti
ad un’unica imposizione sono soltanto quelli per i quali le varie
disposizioni “derivano necessariamente, per la loro intrinseca natura, le
une dalle altre”; in altri termini, il collegamento tra le convenzioni
contenute nell’atto deve rivestire un carattere di oggettiva causalità,
connaturato giuridicamente e concettualmente come necessario alle
convenzioni stesse (Cass. Civ. Sez. V. n. 10.180 del 04/05/2009), non
dovendo invece essere riferibile alla sola volontà della parti di porre in
essere per economia e/o praticità tante cessioni con un unico atto.

Del resto, la giurisprudenza della Cassazione (la sentenza citata, ma anche
altre del passato nonché, da ultimo, Ord. Cass. Civ.Sez. VI n. 3.300 del
19/02/2015) ha enunciato lo stesso principio, confermando l’interpretazione
dell’Amministrazione finanziaria.

Ne deriverebbe quindi inevitabilmente, come detto, il pagamento di tante
imposte in misura fissa quante sono le cessioni contenute nell’atto stesso.

Di contro, un diverso comportamento finirebbe probabilmente per provocare
le reazioni del Fisco e – anche tenuto conto evidentemente della posizione
della giurisprudenza sul tema – un non trascurabile rischio di soccombenza
in un eventuale giudizio.
(stefano civitareale)

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