Una farmacia che può screditare l’intera categoria – QUESITO

Vorrei un Vs. parere su questi aspetti:
– la liceità della presenza all’interno di una farmacia di due familiari
del titolare non farmacisti e che non sono né dipendenti né
associati;
– uno dei due familiari è un medico in attività che ha istituito
all’interno di questa stessa farmacia un vero e proprio presidio
medico in cui egli esegue visite, dispensa consigli, prescrive farmaci
ecc.. e che per di più si reca personalmente presso una casa di cura
situata ad oltre 60 km per ritirare tutte le prescrizioni mediche dei
ricoverati;
– inoltre, un medico di base si reca periodicamente all’interno sempre
di tale farmacia per prescrivere tutti i farmaci che sono stati
anticipati ai pazienti.
– l’altro familiare prepara cibi per celiaci oltre a svolgere regolare
lavoro di banco;
– l’intera famiglia, infine, gira per i condomini dei vari quartieri
cittadini, vi ritira le ricette e poi consegna i farmaci a domicilio.
Ho letto che alcune di queste evidenti irregolarità, come la consegna a
domicilio dei medicinali, sono state sdoganate, ma tutte le altre?

Il quesito, che abbiamo dovuto riassumere per la sua lungaggine, descrive
una vicenda talmente infarcita di violazioni di norme di ogni genere e su
ogni versante, da sembrare francamente inverosimile o per lo meno un po’
enfatizzata.

Tentiamo tuttavia di ritenerla più o meno corrispondente al vero, rilevando
in primo luogo che se non altro la presenza e le prestazioni lavorative di
due familiari del titolare nella o per la farmacia non sarebbero – in
quanto tali – vietate, potendo costoro essere inquadrati (sempre che, come
abbiamo letto, non figurino come lavoratori dipendenti e/o associati in
partecipazione) in un rapporto di impresa familiare con il titolare,
regolato pertanto dall’art. 230 bis del cod.civ., con l’obbligo in tal caso
della loro iscrizione nella Gestione Separata dell’Inps.

Ma, pur superando questo primo ostacolo, restano gli altri aspetti di
questa storia, alcuni gravi, altri gravissimi al punto da far dubitare,
come accennato, della loro piena autenticità.

Dunque, in primo luogo, il “familiare medico” non può evidentemente
esercitare neppure indirettamente la sua attività all’interno della
farmacia, meno che mai rilasciando ricette a go-go e mettendo in piedi un
incredibile sistema di “fai da te” a “copertura” dei farmaci dispensati
agli assistiti (quel che del resto è precluso anche agli altri
professionisti sanitari “prescrittori”, come il dentista o il veterinario);
ma neppure può tranquillamente recarsi – né lui, né incaricati vari –
presso la casa di cura situata a 60 km dall’esercizio per accaparrarsi,
perché di autentico accaparramento si tratta, tutte le prescrizioni di
farmaci.

Altrettanto dicasi per il “ritiro” (porta a porta!) di ricette in quartieri
della città o zone comunque lontanissime dall’esercizio da parte del
titolare, o di un familiare, o di chiunque altro delegato dall’uno e/o
dall’altro.

Le stesse funamboliche modalità che caratterizzano tutte queste condotte
rendono fortemente sospetta, a dir poco, l’intera conduzione di questa
farmacia, e comunque sottendono con evidenza solare un accordo illecito,
ad esempio, con la casa di cura, perché non può essere ragionevolmente
“libera” e/o “spontanea” la scelta di servirsi di un esercizio distante… 60
km.

La vicenda integra pertanto la sicura violazione dell’art. 15 della L.
475/68, dell’omologa disposizione del Vs. codice deontologico e, manco a
dirlo, delle norme civilistiche in tema di concorrenza sleale.

Profilo diverso è quello della mera consegna a domicilio dei farmaci, che
può invece ritenersi in astratto lecita quando naturalmente la ricetta sia
pervenuta appunto “liberamente” e “spontaneamente” in farmacia e in
farmacia sia stata effettivamente spedita, ma verificando anche qui che nel
concreto la consegna a domicilio non sia semplicemente l’ultimo segmento di
un accordo a respiro ben più ampio.

Infine, il familiare non farmacista che svolge (anche) “lavoro di banco”
può incappare facilmente nell’esercizio abusivo della professione di
farmacista (coinvolgendo anche il titolare per lo meno sul versante
deontologico) e non può certo preparare “cibi freschi” per i pazienti
celiaci, come si fosse all’interno di un ristorante specializzato o simile.

Insomma, come si vede, sussistono gli estremi per una denuncia
(circostanziata) all’Asl, ai Nas, all’Ordine dei farmacisti e alla Procura
della Repubblica, ma anche – per le farmacie che si ritengano danneggiate
dall’indicibile andazzo – gli estremi per agire in via giudiziaria contro
il titolare dell’esercizio in questione per i danni derivanti da questo
complesso di atti di indiscutibile concorrenza sleale.

(stefano lucidi)

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