Quando la dichiarazione dei redditi non è “fraudolenta”.

Secondo l’art. 2 del D.Lgs. 74/2000 “E’ punito con la reclusione da un anno
e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o
sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per
operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni annuali relative
a dette imposte elementi passivi fittizi. Il fatto si considera commesso
avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti quando
tali fatture o documenti sono registrati nelle scritture contabili
obbligatorie, o sono detenuti a fine di prova nei confronti
dell’amministrazione finanziaria.”
Stiamo parlando del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di
fatture o altri documenti per operazioni inesistenti per ricadere nel
quale, quindi, non è sufficiente l’indicazione di elementi passivi fittizi
nella dichiarazione, ma è necessario che i documenti falsi prodotti a
supporto di quelle indicazioni siano stati registrati in contabilità ovvero
conservati proprio allo scopo di essere utilizzati come prova nei confronti
del Fisco.
Conseguentemente, se i “falsi” non sono stati inseriti in contabilità e non
siano reperibili presso il contribuente può parlarsi al più di
dichiarazione fraudolenta mediante uso di altri artifizi o di dichiarazione
infedele (reati, però, che, a differenza della frode vera e propria,
prevedono soglie di punibilità), e questo per l’assenza appunto di uno
degli elementi costitutivi del reato.
Ed è proprio quanto ha affermato la Suprema Corte di Cassazione (Cass. Pen.
Sez. III, n. 40198 del 29/09/2014), accogliendo le doglianze di un
imprenditore “incappato” in una vicenda del genere.

(paolo liguori)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!