Sparisce dal nostro ordinamento il contratto di associazione in
partecipazione con apporto di lavoro

Tra i decreti attuativi della legge quadro meglio conosciuta come “jobs
act” ci sarà anche quello che riscrive le norme del Codice Civile (artt.
2549 e segg.) in materia di associazione in partecipazione.

Come noto, tale contratto prevede, semplificando, che l’associante
attribuisce all’associato una partecipazione agli utili o alle perdite
della sua impresa, o di uno o più affari, in corrispettivo di un apporto
che può essere rappresentato da capitale e/o lavoro.

La riforma del Governo Renzi consentirà il solo apporto di capitale
eliminando espressamente la facoltà dell’apporto di lavoro, abrogando così
un istituto che è stato applicato per innumerevoli anni anche da parecchi
titolari di farmacia in forma individuale per incentivare il lavoro dei
collaboratori più meritevoli, anche sulla base del principio “più lavori e
più guadagni”.

La “ratio” della norma risiede notoriamente nel tentativo di metter fine a
tutti quei rapporti in grado astrattamente di mascherare un rapporto di
lavoro subordinato; il che è senz’altro condivisibile, ma sarebbe stato
probabilmente ragionevole mantenere in vita il rapporto quando l’associato
sia un professionista iscritto in Albo, come del resto sopravvive con i
professionisti (e non solo) la figura della collaborazione coordinata e
continuativa.

A decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo (di
prossima emanazione) non si potranno perciò stipulare nuovi contratti,
mentre quelli vigenti proseguiranno fino alla loro naturale scadenza.

Ove si ravvisi pertanto la necessità di impostare un rapporto associativo
con un collaboratore farmacista può essere il caso di provvedervi
immediatamente contemplando magari nel contratto una congrua durata, senza
tuttavia dimenticare le insidie che esso può contenere.

(luisa santilli)

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