Dichiarazioni di terzi: un’arma in più contro gli accertamenti del Fisco

Chi viene raggiunto da un accertamento fiscale e lo impugna in Commissione
tributaria non può utilizzare testimonianze di terzi a suo favore per
resistere alle pretese del Fisco, perché nel processo tributario la prova
testimoniale non è ammessa (art. 7, comma 4, D.Lgs. 546/1992). Questa
scelta legislativa è motivata essenzialmente dall’esigenza di evitare
facili abusi in una materia così delicata come evidentemente è quella
dell’accertamento e/o della riscossione delle imposte.

Si sta peraltro via via formando e anche consolidando un orientamento
giurisprudenziale di legittimità (v. da ultimo Cass. Sez. Trib. n. 4122 del
07/02/2015) che attribuisce rilevanza alle dichiarazioni rese da terzi in
sede extra-processuale prodotte in giudizio dal contribuente, anche se,
valendo pur sempre il divieto di ammissione della prova testimoniale,
dichiarazioni del genere rivestono il valore di “semplici elementi
indiziari che possono concorrere a formare il convincimento del giudice,
pur non essendo idonei a costituire da soli, il fondamento della decisione”
(Cass. Civ. Sez.V n. 4269 del 25/03/2002).

La Corte giunge a questa conclusione, considerando oltretutto che
l’Amministrazione fiscale già fa uso di dichiarazioni di terzi nel corso
delle attività istruttorie, producendone poi le risultanze in giudizio
(sempre, beninteso, con il valore di semplici elementi indiziari);
conseguentemente anche il contribuente deve essere posto nelle stesse
condizioni, e questo – neanche a dirlo – per il fondamentale principio
costituzionale del “giusto processo” (art. 111 Cost.) che deve garantire,
per l’appunto, la parità delle armi processuali e l’effettività del diritto
di difesa.

(stefano
civitareale)

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