Considerazioni ad ampio spettro sulle divise del personale della farmacia –
QUESITO

Nella nostra farmacia teniamo molto all’immagine nei confronti della
clientela e pertanto, ad esempio, forniamo gratuitamente sia i camici per
farmacisti e commessi (rispettivamente bianchi e verdi), ma anche qualcosa
di più “elegante” per le addette al reparto beauty (completini bleu e
camicette bianche) e questo sia per l’inverno che per l’estate.
Vi chiediamo però se queste spese possono essere inserite nel bilancio
della farmacia anche ai fini fiscali e che cosa possono comportare per i
dipendenti che ricevono gli indumenti.

Riaffrontiamo volentieri un tema già esaminato (v. da ultimo Sediva News
del 20/02/2013), anche se per la farmacia il trattamento contabile-fiscale
di queste spese non pone particolari problemi.

Facendo riferimento allo schema di bilancio civilistico, infatti, gli
stessi Principi contabili nazionali raccomandano di rilevare – nella voce
B6), Costi della produzione, per materie prime, sussidiarie, di consumo e
merci – anche quelli per acquisti di beni destinati a vario titolo al
personale dipendente; e invero la classificazione delle voci per natura,
seguita dal codice civile, implica che gli acquisti relativi a tali beni,
costituendo materiale di consumo, siano classificati nella voce
corrispondente, anche se destinati funzionalmente al personale, e non in
una delle voci B9) (“Per il personale”), le quali accolgono invece le
componenti monetarie del costo del personale.

Dal punto di vista dell’imposizione diretta, poi, questi oneri gestionali
sono ad ogni effetto spese per prestazioni di lavoro perfettamente inerenti
all’attività della farmacia, vista la loro destinazione al personale
dipendente, e quindi sono integralmente deducibili nella determinazione del
reddito d’esercizio nonché dalla base imponibile IRAP, essendo del resto,
classificate per natura come materie di consumo e, dunque, tra i costi
della produzione ammessi in deduzione ai fini dell’imposta.

Più complessa, invece, è la corretta qualificazione dei beni in questione
in capo ai dipendenti cui essi sono destinati, tenuto conto che la
concessione in uso, o comunque l’assegnazione del vestiario (fatto salvo
l’obbligo di utilizzarlo durante il servizio e, in particolare, nel
rapporto con il pubblico, quel che per i farmacisti può in fondo derivare
anche da norme deontologiche), potrebbe dar luogo ad un vero e proprio
compenso in natura (“benefit”) da inserire in busta paga per un importo
corrispondente al valore normale del bene (in pratica, il valore
commerciale del capo di vestiario) e da assoggettare perciò a tassazione e
a contribuzione.

E questo, si badi bene, in virtù, da un lato, del c.d. principio di
“onnicomprensività” del reddito di lavoro dipendente, per il quale in via
generale sconta imposte e contributi tutto quel che il dipendente riceve in
denaro o in natura in relazione al rapporto di lavoro, e, dall’altro, del
principio di valorizzazione dei benefit in natura secondo, appunto, il
criterio del valore normale.

Non ci sentiremmo, però, di pervenire a conclusioni così rigide e in ogni
caso penalizzanti.

Allorché, infatti, l’erogazione di un bene o un servizio – pure utilizzato
personalmente dal dipendente – corrisponda ad un interesse esclusivo o
prevalente del datore di lavoro e sia intimamente connesso all’attività
lavorativa, e non invece finalizzato alla gratificazione personale del
lavoratore e/o ad incrementare la sua sfera patrimoniale, l’uso o
l’utilizzo di quel bene o di quel servizio non può costituire per
quest’ultimo un benefit imponibile.

Il che vale ancor più per i camici, sia perché i dipendenti (soprattutto i
farmacisti, ovviamente) sono obbligati ad indossarli durante l’orario di
lavoro e sia perché è ragionevolmente da escludere un uso personale al di
fuori dell’attività lavorativa di indumenti del genere, e quindi, per ciò
stesso, verrebbe meno per il prestatore di lavoro quel vantaggio personale,
pur indiretto e/o secondario, che costituisce il presupposto indefettibile
dell’imponibilità.

Diversamente, per il vestiario delle addette al reparto beauty potrebbe
porsi qualche criticità, dato che in tal caso – trattandosi di abiti
“civili” e quindi perfettamente utilizzabili anche al di fuori del contesto
lavorativo – sarebbe configurabile quel vantaggio personale per il
dipendente e dunque quel certo “incremento patrimoniale” che potrebbe di
per sé determinare la tassazione del benefit.

In realtà anche per gli abiti utilizzati dalle ragazze della cosmetica (pur
se con qualche riserva in più rispetto ai camici dei farmacisti e dei
commessi) non ci sentiamo di condividere assunti tanto rigorosi, dato che,
ancora una volta, l’uso del vestiario – anche qui obbligatorio durante
l’orario di lavoro pur se in base ad una mera regola di servizio – risponde
prevalentemente all’interesse del datore di lavoro, restando pertanto
escluso, almeno in via principale, ogni intento di gratificazione e/o
arricchimento delle unità lavorative; e anche l’uso personale extra-
lavorativo che queste ultime potrebbero farne configurerebbe un’ipotesi
soltanto eventuale e residuale, inidonea perciò a qualificare la
disponibilità del vestiario come compenso in natura imponibile sia ai fini
fiscali che contributivi.

(stefano civitareale)

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