Cade per i professionisti la presunzione dei prelievi bancari tradotti in
compensi in nero

Fino al 31/12/2004, come qualcuno probabilmente ricorderà, i prelevamenti
effettuati dall’imprenditore (individuale o societario) – “non
giustificati”, quindi non inerenti all’esercizio dell’impresa – sul conto
corrente aziendale si presumevano ricavi in nero, a meno che l’imprenditore
non fosse in grado di indicare il nominativo del beneficiario.

Il ragionamento era il seguente: gli acquisti in nero, corrispondenti
appunto ai prelevamenti “non giustificati”, generano ricavi in nero.

La Finanziaria 2005, però, aveva esteso questa presunzione anche ai
lavoratori autonomi, cosicché anche per i professionisti un prelievo
bancario “non giustificato” veniva a sottendere un compenso in nero.

La Corte Costituzionale, però, con una recente sentenza (n. 228/2014) ha
dichiarato irragionevole l’equiparazione – con riguardo a tale presunzione
– tra titolari di imprese e professionisti, assumendo dunque la violazione
dell’art. 3 della Costituzione.

In particolare, secondo la Consulta, se ha un senso presumere per i redditi
di impresa che da un costo (in nero) si “produca” un ricavo (sempre
evidentemente in nero), la stessa conclusione non può valere per il reddito
di lavoro autonomo, in quanto da un costo (in nero) non può conseguire
automaticamente una prestazione professionale (in nero).

Quindi, almeno per il momento, quella presunzione resta in piedi soltanto
per le imprese, anche se – specie quando si tratti di un imprenditore
individuale e per di più di modeste dimensioni – sembrano porsi gli stessi
problemi di irragionevolezza individuati dal giudice costituzionale e per i
lavoratori autonomi, e non può escludersi che la Corte possa giungere a
questa stessa conclusione.

(franco lucidi)

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