Sulle “cabine estetiche” nelle farmacie decidono generalmente i regolamenti
comunali – QUESITO

L’Ufficio Tecnico della ASL si oppone all’installazione nella mia farmacia
di una cabina estetica, sostenendo che il locale destinato a quest’ultima
deve avere un ingresso distinto rispetto a quello della farmacia.
Mi risulta invece che il TAR Lazio abbia considerato legittima
l’installazione anche nelle farmacie delle cabine.

Il tema continua a non intrigarci particolarmente, ma non possiamo non
tener conto di quanto invece sia sentito tra le farmacie, specie di questi
tempi in cui i “nuovi servizi” faticano tremendamente a decollare (le
ragioni sono numerose e diverse tra loro, e comunque ben note a tutti),
spingendo così alcuni titolari a “reagire” – anche, perché no?, installando
nell’esercizio una “cabina estetica” – all’immobilismo e alle incertezze
generali.
Abbiamo scelto sull’argomento, tra i tanti, questo quesito anche se abbiamo
dovuto in alcune parti “manipolarlo” per permetterci un riscontro più ampio
del tema.
In primo luogo, non tutte le regioni hanno regolato (peraltro con norme
legislative soprattutto di programmazione) l’attività di estetista,
nonostante le disposizioni-quadro statali di cui alla l. 4/1/1990 n. 1, e
in realtà sono per lo più i regolamenti comunali a disciplinare – anche
prescindendo dall’intervento del legislatore regionale, che raramente
comunque si rivela troppo dettagliato – l’esercizio di tale attività,
talora accomunata a quella del barbiere o altre similari, e sempre
contemplando in ogni caso anche i requisiti igienico-sanitari dei locali
nei quali si svolge.
Se quindi, poniamo, qualcosa hanno disposto al riguardo il Veneto e il
Lazio, nulla ad esempio ha detto invece la Puglia, e però anche in
quest’ultima regione è nei fatti il singolo comune a dettarne la disciplina
con proprio regolamento.
Ora, l’art. 2 della delibera del Consiglio comunale di Roma n. 42 del 2006,
su cui il TAR Lazio ha fondato la sentenza evocata nel quesito (n. 5036 del
20/05/2013) che ha accolto il ricorso di un titolare di farmacia romano,
così recita nella parte che qui più interessa:
“L’esercizio delle attività di cui all’art. 1 (di estetista: n.d.r.) è
soggetta ad apposita autorizzazione amministrativa (del Municipio
territorialmente competente: n.d.r.) di:
a) “Attività di Estetista”, per le attività da svolgersi presso locali
destinati esclusivamente allo svolgimento della citata attività;
b) “Attività di Estetista presso locali destinati ad altre attività”
laddove detta attività si svolge:
b1) presso locali in cui venga esercitata attività di Acconciatore uomo
– donna o presso profumerie o attività di vendita di cosmetici;
b2) presso palestre, alberghi, villaggi turistici, centri commerciali,
ospedali, comunità, case di cura, case per ferie, studi cinematografici,
televisivi ed altre strutture similari.”

Come abbiamo illustrato nella Sediva news del 29/05/2013 (“Legittima per il
Tar Lazio l’attività di estetista all’interno della farmacia”), i giudici
laziali, dopo aver chiarito che legittimato a presentare la Scia è proprio
il titolare della farmacia e non l’estetista che è deputato materialmente a
svolgere l’attività, e ricordato che l’attività in argomento è disciplinata
dalla l. n.1 del 1990 e dalla l.r. Lazio n. 33/2001, affermano che
l’elencazione sub b2) delle attività al cui interno può essere svolta anche
quella di estetista non deve considerarsi tassativa (cioè chiusa), ma
meramente esemplificativa (cioè aperta), facendo riferimento non solo a
quelle espressamente ivi elencate (palestre, alberghi, villaggi turistici,
centri commerciali, ospedali, comunità, case di cura, case per ferie, studi
cinematografici, televisivi), ma anche ad “altre strutture similari”.
Conseguentemente, precisa il Tar, deve verificarsi volta a volta se
l’estetista è compatibile con l’attività principale – svolta nei locali al
cui interno verrà collocata la “cabina estetica” – che deve presentare
analogie o affinità (“similari”, come dice appunto la norma regolamentare)
con quelle testualmente elencate.
“Se, invero, le farmacie presentano analogie con altre attività commerciali
– quali le profumerie ed i centri commerciali – affiancandosi alla vendita
di farmaci anche diverse attività, di cui alla apposita tabella
merceologia, quali la vendita di cosmetici, non si ravvisano ragioni per
escludere la possibilità di esercizio, al loro interno, dell’attività di
estetista, altrimenti venendosi ad integrare, a diversamente ritenere, una
indebita discriminazione per le farmacie in assenza di valide ragioni
giustificatrici, dal momento che anche nei centri commerciali vengono
distribuiti prodotti farmaceutici e cosmetici, così venendo accostati
l’attività artigianale di estetista ad un’attività di tipo commerciale.
Posto che sia le farmacie che i centri commerciali sono accomunati dalla
vendita di farmaci, non si vede per quale ragione solo all’interno dei
primi sarebbe consentita l’attività di estetista, e non nelle farmacie, non
potendo ravvisarsi alcuna incompatibilità o interferenza tra tale ultima
attività e quella sanitaria cui la farmacia è deputata in via principale.
Inoltre, la riconosciuta possibilità di esercitare l’attività di estetista
all’interno di ospedali, case di cura e di riposo non consente di ritenere
ostativa alla possibilità di svolgere l’attività di estetista all’interno
dei locali di farmacie la natura prevalentemente sanitaria della relativa
attività, in quanto comune alle citate strutture.
Se dunque il Regolamento non ritiene che la specificità delle attività
svolte all’interno di ospedali, case di cura e di riposo sia ostativa alla
possibilità di svolgimento dell’attività di estetista al loro interno,
analogamente non può costituire ragione ostativa all’esercizio
dell’attività di estetista la similare specificità delle attività delle
farmacie ed il preminente interesse pubblico sanitario delle stesse.”
Come tuttavia si sarà forse rilevato, questa è una sentenza che – anche se
contiene notazioni di qualche rilievo specie sul rapporto, pur sofferto e a
lungo discusso anche sul versante ordinistico, tra la farmacia come tale e
l’estetista (“non potendo ravvisarsi alcuna incompatibilità o interferenza
tra tale ultima attività e quella sanitaria cui la farmacia è deputata in
via principale”) – può essere ritenuta un autentico “precedente” soltanto
per il territorio romano, perché saldamente ancorata e circoscritta al solo
provvedimento capitolino.
Invece, il quesito preso qui in esame riguarda un comune veneto il cui
regolamento per la disciplina per le attività di barbiere, acconciatore ed
estetista prevede, ben diversamente da quello romano, che queste “devono
essere svolte in locali appositi ed esclusivi, separati, distinti e non
direttamente comunicanti con quelli con cui sono esercitate altre attività
con le quali possono avere in comune esclusivamente l’ingresso”.
È sicuramente una disposizione equivoca, ma non per questo rassicurante per
l’interessato, e non tanto certo per quei “locali appositi esclusivi,
ecc.”, quanto piuttosto per la perentoria precisazione finale (“…non
direttamente comunicanti con quelli con cui sono esercitate altre attività
con le quali possono avere in comune esclusivamente l’ingresso”), secondo
la quale sembrerebbe proprio che l’esercizio di tali attività ulteriori
possa essere svolto solo in locali comunque non accessibili da quello in
cui è esercitata l’attività, per così dire, principale, in questo caso
naturalmente la farmacia.
Parrebbe insomma che i due “locali” (quello “riservato” alla farmacia e
quello destinato all’esercizio dell’attività di estetista) possano aver
soltanto, al più, un’area di ingresso comune, circoscrivendo così parecchio
la sfera di operatività della disposizione comunale, e dunque – se le
parole hanno un senso – la farmacia potrebbe essere autorizzata
all’esercizio dell’attività di estetista sol quando quest’ultima sia
accessibile per gli utenti da un’area (di ingresso) perfettamente estranea
al locale farmacia anche se funambolicamente comune alle due attività.
Ribadendo in conclusione che il ruolo decisivo in queste vicende è rimesso
nel concreto ai regolamenti dei comuni, non sempre d’altra parte di
facilissima interpretazione (come appunto quello di Roma Capitale), ci pare
che almeno nel caso specifico – e trascurando in questa sede ogni
considerazione di carattere deontologico (che la storia recente dovrebbe
tuttavia aver definitivamente superato o se non altro accantonato) – la
posizione della ASL debba ritenersi conforme alla citata disposizione
comunale.

* / vm/adp (gustavo bacigalupo)

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