Fiscalmente neutre le future cessioni di aziende? – QUESITO

Ho letto su “Filodiretto” di Federfarma che la delega fiscale prevede il
regime della neutralità sul piano tributario della plusvalenza realizzata
dal cedente in sede di cessione di azienda. Potete spiegarmi meglio questa
novità?

L’art. 11, primo comma, lett. e) della l. 11/3/2014 n. 23, recante la
delega al Governo per l’approvazione di disposizioni per un sistema fiscale
più equo, trasparente e orientato alla crescita, prevede l’introduzione,
con appositi decreti governativi, di norme per la ridefinizione
dell’imposizione sui redditi, secondo (tra l’altro) il seguente principio e
criterio direttivo: “e) armonizzazione del regime di tassazione degli
incrementi di valore emergenti in sede di trasferimento di azienda a titolo
oneroso, allineandolo, ove possibile, a quello previsto per i
conferimenti”.
Dobbiamo dunque partire dall’odierno trattamento fiscale del conferimento
di azienda in società, cui il Governo dovrà verosimilmente far riferimento
nella definizione del nuovo regime normativo.
In sede di costituzione di una società, come ad esempio una società di
persone cui sia conferita la titolarità di una farmacia (unitamente alla
proprietà dell’intero complesso aziendale sottostante), i soci devono
apportare beni che possono essere costituiti da denaro, crediti, immobili,
ecc., ma appunto anche da aziende, e la complessiva operazione di
trasferimento dell’esercizio – come può essere proprio quello di farmacia –
è considerato dal nostro ordinamento tributario fiscalmente neutro, in
quanto la società che nasce dal conferimento (e definita conferitaria)
assumerà i valori c.d. “di libro” dell’azienda, senza poter dedurre alcun
maggior valore rispetto alle voci di bilancio delle attività e passività
risultanti dalle scritture contabili del conferente.
Nella prassi, si dice che le risultanze della situazione patrimoniale della
farmacia conferita “passano” dall’impresa individuale alla società, che
pertanto continuerà la sua attività senza soluzione di continuità anche con
riguardo a questi valori patrimoniali.
La quota di capitale sociale ricevuta dal conferente l’azienda, non
assoggettata a imposte al momento del conferimento proprio per la
neutralità fiscale di quest’ultimo, sarà invece tassata in caso di sua
successiva cessione assumendo quale valore imponibile la differenza tra il
prezzo di vendita e il valore di conferimento, il quale – essendo
determinato, come detto, ai valori c.d. “di libro”, considerando cioè la
sola situazione patrimoniale dell’azienda al momento del conferimento al
netto dell’avviamento – sarà generalmente molto basso.
Il testo unico delle imposte dirette prevede anche che la società
conferitaria può, entro un anno dalla sua costituzione, procedere
all’“emersione” dei maggiori valori di conferimento, come in particolare
quello riferito all’avviamento, pagando un’imposta sostituiva del 12% (se
il maggior valore è compreso nel limite di 5 milioni, o del 14% sulla parte
dei maggiori valori eventualmente eccedenti 5 milioni e fino a 10 milioni,
e del 16% sulla parte dei maggiori valori eccedenti 10 milioni), talché
potrà dedurre questo maggior valore nel periodo di ammortamento contemplato
dalla legge (nel caso dell’avviamento, 18 anni).
Inoltre, la vicenda fiscale descritta viene comunque espressamente
dichiarata come “non rilevante” ai fini delle disposizioni antielusive.
Trasferendo ora questo impianto normativo all’ipotesi della cessione di
azienda, si può presumere che il regime di neutralità fiscale possa essere
applicato anche a tale fattispecie, con conseguente subentro del
cessionario (acquirente) nelle attività e passività dell’azienda
acquistata ai valori “di libro” e non per il prezzo effettivamente pagato,
con la conseguente indeducibilità del valore di avviamento realizzato dal
cedente, che in definitiva non dovrebbe dunque versare imposte
sull’eventuale plusvalenza realizzata.
Quanto al cessionario, potrebbe assoggettare a imposta sostitutiva (quel
12% di cui sopra) il valore di avviamento realizzato dal cedente e dedurre
così il relativo importo per quote di ammortamento.
Il condizionale è però d’obbligo, almeno per due ordini di motivi: uno
letterale e l’altro sistematico.
Quello letterale è rappresentato dall’inciso riportato dalla legge delega e
cioè che l’armonizzazione con la tassazione prevista per i conferimenti di
azienda si potrà attuare “ove possibile”.
Quello sistematico risiede nell’assenza di una qualsivoglia tassazione nei
vari trasferimenti della stessa azienda che potrebbero essere effettuati
nel tempo, a fronte della tassazione prevista invece per il conferente, che
dovrà infatti – come ricordato all’inizio – versare le imposte dirette
calcolate sul c.d. capital gain in sede di cessione della quota del
capitale sociale ricevuta a seguito del conferimento.
La giustificazione della neutralità fiscale dei conferimenti sta in ogni
caso nell’affermazione secondo cui la plusvalenza da conferimento è
“latente”, nel senso che non emerge in sede di costituzione della società,
ma al momento – successivo – della cessione della quota e soltanto allora
viene quindi tassata. Quel che invece mancherebbe nell’ipotesi di
neutralità fiscale sopra prospettata per la cessione di azienda, che non
vedrebbe mai l’emersione di alcuna plusvalenza, neppure “latente”.
Ora, è pur vero che se la plusvalenza non viene tassata in capo al cedente,
l’acquirente non deduce il relativo importo (in ossequio ad un principio
definito di “simmetria”, non scritto nel nostro ordinamento ma, per così
dire, immanente), e però la differenza tra una tassazione immediata (della
plusvalenza) e la deduzione per quote di ammortamento (in 18 anni) si può
tradurre evidentemente in un saldo positivo per le casse erariali, cui
tuttavia – ecco il punto – il legislatore, per ragioni, diciamo, di
indirizzo politico, potrà anche scegliere di “rinunciare”.
Non resta quindi che attendere il decreto delegato del Governo e vedere nel
dettaglio quale sarà la soluzione nel concreto adottata, che peraltro potrà
influenzare non poco le trattative in ordine alla determinazione di un
prezzo di cessione, dato che la mancata deduzione da parte dell’acquirente
del prezzo pagato potrà ragionevolmente ridurre il corrispettivo di
cessione, come d’altra parte potrebbe rivelarsi inferiore anche nel caso in
cui il cessionario opti per l’affrancamento del valore di avviamento
(pagando perciò quel 12%) che è a suo carico.
Ma questa va considerata indubbiamente un’opzione precisa del legislatore
appunto per orientare il sistema fiscale, in ultima analisi, verso la
sempre più agognata crescita economica.
E ove la scelta finale sia quella per taluni versi auspicata, cioè proprio
la neutralità fiscale della cessione dell’azienda, potranno al tempo stesso
trovare finalmente una soluzione anche i numerosi interrogativi (sul piano
fiscale, soprattutto) che tuttora caratterizzano il trasferimento della
farmacia ad un “fiduciario” (quando, ad esempio, gli eredi di un farmacista
deceduto propendano per questa misura così da avere il tempo di acquisire i
requisiti professionali soggettivi prescritti per l’assunzione della
titolarità della farmacia del de cuius).
Tutti i dubbi sulla tassazione relativa alla cessione e alla retrocessione
dell’esercizio, infatti, verrebbero sciolti positivamente in un colpo solo,
rendendo validamente percorribile – in via alternativa a quella del trust
(v. Sediva news del 29/08/2014: “Il Tar Brescia “sdogana” il trust (anche)
per la farmacia”) – anche la soluzione della cessione della farmacia in via
fiduciaria.
Beninteso, tra le due figure permarrebbero pur sempre differenze anche di
rilievo, pur se soltanto sul piano civilistico, a favore del trust, ma se
ne parlerà più diffusamente a tempo opportuno, ancor più e meglio quando
vedrà la luce, se la vedrà, la proposta di legge sul trust di cui abbiamo
dato conto nella Sediva news 22/7/2014 (“La proposta di legge sul trust”).

(stefano lucidi)

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