Per la Cassazione la scheda carburante falsa costituisce una dichiarazione
fraudolenta

La Suprema Corte (Cass. n. 18698 del 6 maggio 2014) è tornata infatti ad
occuparsi delle schede carburante, questa volta con riferimento ai
risvolti penali relativi al loro utilizzo per documentare operazioni di
rifornimento inesistenti.

In particolare la Corte ha ritenuto che il ricorso a schede carburante, che
attestino per l’appunto operazioni inesistenti, configura il reato di
dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per
operazioni inesistenti di cui all’art. 2 del D.Lgs. 74/2000, e non
quello di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici di cui al
successivo art. 3.

Questo perché, tra l’altro – affermano gli Ermellini – non pare dubbia
l’assimilazione delle schede carburante alle fatture; di qui il ricorrere
in casi del genere della fattispecie delittuosa dell’art. 2 e non di quella
dell’art. 3 che è infatti applicabile soltanto, come chiaramente dispone la
norma, “fuori dei casi previsti dall’art. 2”.

Quale sia la differenza, è presto detto.

L’art. 2 non pone soglie di punibilità e quindi il reato si perfeziona
evadendo anche un solo euro di imposta ove vengano usati, come detto,
documenti falsi; al contrario, l’art. 3 pone una soglia di punibilità di
30.000 euro di imposta evasa cosicché l’evasione “si colora” di penale
soltanto al suo superamento.

Ecco il motivo per cui la difesa – non essendo stata evidentemente superata
nel caso deciso dalla Suprema Corte quel fatidico limite – ha invocato
l’applicazione dell’art. 2.

Ma la Cassazione non è stata d’accordo e la sentenza costituisce un
ulteriore monito a documentare correttamente anche le banalissime
operazioni di rifornimento di carburante alle auto aziendali.

(stefano lucidi)

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