L’inquadramento fiscale degli incrementi riconosciuti all’associato di
lavoro – QUESITO

In caso di cessazione del contratto di associazione in partecipazione, la
mia farmacia dovrà liquidare all’associato, oltre agli utili del periodo,
anche gli incrementi e/o avviamento, calcolato pro-quota?
Inoltre, gli utili e gli eventuali incrementi da erogare dovranno essere
liquidati e rilevati distintamente o in unico conto economico (costo)?
Sotto il profilo fiscale, in pratica, come devono essere considerati gli
utili e l’incremento patrimoniale; interamente redditi di lavoro autonomo o
redditi diversi per la parte di incremento patrimoniale?

Leggendo la clausola inserita nel Suo contratto di associazione in
partecipazione, sembra doversi in realtà concludere che l’associato di
lavoro abbia diritto, al momento della cessazione del rapporto, oltre agli
utili maturati e non liquidati a quella data, anche agli incrementi o ai
decrementi – anche per avviamento – dell’esercizio valutati per l’intero
periodo di durata del rapporto.
Ora, prescindendo dalla legittimità della clausola (per la quale noi
propendiamo, anche se qualche dubbio a questo riguardo è sorto in
giurisprudenza, ma è un aspetto che per l’economia di queste notazioni non
possiamo evidentemente approfondire) e ferma la difficoltà di determinare
la sussistenza di un decremento o di un incremento, specie con riguardo
all’avviamento (tenuto anche conto del periodo storico), ci pare che il
relativo ammontare, ove positivo, non possa essere considerato un reddito
di lavoro autonomo e come tale deducibile dalla farmacia interamente
nell’esercizio di competenza.
Infatti l’art. 53 II comma lett. c) della TUIR definisce redditi di lavoro
autonomo soltanto le partecipazioni agli utili e non certo gli incrementi
patrimoniali, come nel caso di specie, che dunque dovranno essere
sottoposti alla procedura di ammortamento.
Quanto al percipiente, dovrebbe rivelarsi senz’altro applicabile il
disposto dell’art. 17, primo comma, lett. n) del TUIR, in base al quale si
applica la “tassazione separata” ai redditi compresi nelle somme o nel
valore normale dei beni attribuiti alla scadenza dei contratti e dei titoli
di cui alla lett. f) del comma primo dell’art. 44, se il periodo di durata
del contratto o del titolo è superiore a cinque anni.
E tale ultima disposizione – salvo il disposto della lett. c) del comma 2
dell’art. 53, che qui però non interessa – classifica tra i redditi di
capitale proprio quelli derivanti da contratti di associazione in
partecipazione e da contratti di cointeressenza (che peraltro, come forse è
noto, operano diversamente tra loro sul piano della deducibilità per il
titolare dell’impresa), e dunque, in definitiva, la somma percepita ai
titoli in questione da parte dell’associato non può non configurare
anch’essa un “reddito di capitale”.

(roberto santori)

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