Il dl. governativo sul bonus di 80 euro ai dipendenti (e altro)

È stato approvato dal Governo, e pubblicato nella GU del 24/04/2014, il
dl. 24/04/2014 n. 66, con cui viene concesso ai lavoratori dipendenti,
anche part-time, che siano possessori di un reddito complessivo (al netto,
tuttavia, del reddito derivante dal possesso dell’abitazione principale e
delle relative pertinenze) compreso tra € 8.000 ed € 24.000 – un bonus di €
80,00 mensili.

Il bonus viene erogato con il riconoscimento al lavoratore di un credito di
pari importo.

Per chi invece percepisca un reddito complessivo compreso tra € 24.000 ed €
26.000 il bonus va via via decrescendo, fino ad annullarsi in coincidenza
con un reddito superiore ai detti € 26.000.

Pertanto, nell’ipotesi in cui goda di redditi di altra natura che
comportino la dichiarazione di un reddito complessivo superiore al predetto
importo di € 26.000, il dipendente è tenuto a comunicare tale circostanza
al proprio datore di lavoro, che naturalmente deve in tale ipotesi
astenersi dall’applicazione del beneficio; in ogni caso eventuali somme non
spettanti dovranno essere rimborsate allo Stato con il mod. Unico o Mod.
730 presentato dal dipendente stesso.

Altra condizione per poter godere del bonus è rappresentata dalla
sussistenza di un debito Irpef del lavoratore, calcolato al netto delle
sole detrazioni d’imposta riconosciute sul reddito di lavoro dipendente e
quindi non di quelle eventualmente spettanti ad altro titolo, come, ad
esempio, per i carichi di famiglia.

Il datore di lavoro tratterrà le somme dovute al lavoratore dalle ritenute
Irpef da versare mensilmente all’Erario e per l’eventuale eccedenza dalla
contribuzione dovuta all’Inps.

Possono però beneficiare dell’agevolazione anche i percettori di redditi
assimilati al lavoro dipendente, come i co.co.co., i co.co.pro., i
tirocinanti e gli stagisti, ma sono esclusi i c.d. “incapienti” (cioè i
contribuenti che percepiscono un reddito inferiore ad € 8.000 e che non
sono perciò tenuti nel concreto al pagamento di imposte), e così pure i
titolari di partita iva e i pensionati.

Quanto ai dipendenti che invece hanno un datore di lavoro che non è anche
sostituto d’imposta, come le colf o le badanti, il credito può essere da
loro richiesto in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi e
usato in compensazione con il versamento di altre imposte, ovvero chiesto a
rimborso.

Il bonus va comunque rapportato all’effettivo periodo di lavoro, per cui
l’importo totale annuo (nel 2014 € 640) deve essere diviso per 365 giorni e
moltiplicato per i giorni di lavoro effettivamente prestato nell’anno
stesso.

Con lo stesso provvedimento è stata prevista anche la riduzione dell’Irap
dovuta dalle imprese e dai professionisti nella misura di circa il 10%
medio dell’aliquota applicata; e così l’aliquota ordinaria del 3,9% scende
per l’anno 2014 al 3,5%, con esclusione però dell’applicazione di tale
riduzione agli acconti dovuti a giugno e novembre del 2014.

È peraltro possibile ridurre l’aliquota dal 3,9% al 3,75% anche in sede di
versamento degli acconti, a condizione che si utilizzi il metodo c.d.
“previsionale”, che consente ai contribuenti di “prevedere” l’ammontare
dell’imponibile assoggettato ad Irap (prima ancora di conoscere l’esatto
importo da calcolare successivamente e cioè in sede di compilazione del
Mod. Unico 2015 a giugno 2015) su cui applicare appunto il 3,75%.

Si tratta tuttavia di un’operazione quantomeno “acrobatica”, perché è certo
complicatissimo a giugno 2014 conoscere esattamente l’ammontare imponibile
da determinare dopo un anno (!), talché è facile incappare in sanzioni per
carenti versamenti.

Fin qui le notizie per così dire positive.

Quelle negative riguardano, invece, le risorse necessarie alla copertura
della spesa, che vanno da aumenti di altre imposte (anche e soprattutto a
carico degli istituti bancari) a tagli di spesa meglio conosciuti come
“spending review”.

In particolare, tra le altre, è stata aumentata a decorrere dal 1 luglio
2014 la tassazione sul risparmio dal 20% al 26%, fatti salvi però i titoli
pubblici italiani ed esteri rientranti nella c.d. white list.

Passano così al 26% le ritenute sugli interessi maturati su conti correnti
e certificati di deposito, sui rendimenti dei titoli obbligazionari
italiani e esteri, sui proventi dei fondi comuni, sulle polizze vita e di
capitalizzazione, sui dividendi relativi a partecipazioni societarie non
qualificate e sul capital gain realizzato in sede di cessione di
partecipazioni sempre non qualificate.

Per la maggior parte la nuova tassazione si applicherà sulle somme maturate
o realizzate successivamente al 30 giugno 2014, ad eccezione dei dividendi
su partecipazioni non qualificate, per i quali la nuova imposta scatta al
momento stesso della loro percezione, sempreché successiva al 30 giugno;
quindi, per chi dovesse riscuotere dividendi a seguito di partecipazioni a
società di capitali sarebbe naturalmente preferibile che la liquidazione
fosse effettuata appunto entro il 30 giugno p.v. in modo da scontare la
minore aliquota del 20%.

L’aumento al 26% comporterà inevitabilmente – ma sarà necessario un
separato provvedimento – anche l’incremento della percentuale imponibile
dei dividendi in partecipazioni qualificate, come anche degli utili
derivanti dai contratti di associazione di partecipazione con apporto di
capitale, attualmente del 49,72%.

Solo così, infatti, ci sarà la “parificazione” di questi redditi – sotto il
profilo della tassazione – alle rendite da partecipazione, qualificate e
non, mentre va da sé che senza una modifica del genere sarebbero soltanto
queste ultime ad essere penalizzate dalla riforma dell’aliquota approvata
con il dl. in argomento.

Anche la rivalutazione dei beni d’impresa, introdotta dalla Legge di
stabilità 2014, è stata “toccata” dal provvedimento, perché l’imposta
sostitutiva del 16% dell’importo oggetto dell’incremento (derivante ad
esempio dall’aggiornamento del valore degli immobili posseduti dalle
imprese ed iscritti in bilancio, come spesso è il caso del locale farmacia)
deve essere obbligatoriamente versata in unica soluzione e non più in tre
rate annuali, con buona pace del principio di irretroattività
dell’imposizione fiscale sancito dallo statuto dei contribuenti; ma
probabilmente questa disposizione si rileverà nei fatti un boomerang,
perché all’aliquota già elevata del 16% deve aggiungersi un’immediata
liquidazione integrale dell’imposta, e pertanto saranno prevedibilmente
pochi i contribuenti che avranno interesse ad aderire a tale forma di
rivalutazione dei beni d’impresa (il che non è sfuggito, ad esempio, a un
partito di Governo che ha già preannunciato un emendamento che se non altro
ripristini il pagamento in tre rate annuali).

È stata infine eliminata l’esenzione Imu sui terreni agricoli collinari,
che continuerà ad applicarsi nelle zone individuate da un apposito decreto
del Ministero dell’Economia.

Daremo conto, da ultimo, delle eventuali modifiche apportate al decreto dal
Parlamento in sede di conversione in legge, in cui verosimilmente si
dibatterà parecchio, in particolare, l’estensione del provvedimento alle
“partite iva” in genere e ai pensionati (che, come abbiamo ricordato, sono
attualmente esclusi dal beneficio), anche perché il rischio della
incostituzionalità del bonus, proprio per questo specifico aspetto,
potrebbe non rivelarsi puramente teorico né di poco conto.

(stefano
lucidi)

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