Il Fiscal Compact – QUESITO

Del famoso Fiscal Compact si parla spesso anche sotto il Governo Renzi; di
che cosa si tratta esattamente?

Il 2 marzo 2012 è stato stipulato da 25 dei 27 Paesi dell’Unione Europea un
“patto finanziario” (in inglese appunto “Fiscal Compact”) per fissare delle
regole basate sul principio dell’equilibrio del bilancio del singolo Stato
aderente.
Non hanno firmato il Regno Unito e la Repubblica Ceca.
Questo patto finanziario si è reso necessario perché ogni Paese
dell’Unione, che è fondata naturalmente sull’euro, prende decisioni – non
sempre concordate con gli altri Stati membri – riguardanti anche le
imposte, la spesa pubblica e in genere la politica fiscale.
Perciò, il singolo Paese può prendere talvolta iniziative diverse o molto
diverse da quelle dagli altri stati.
Nel marzo 2012 viene quindi siglato questo patto di stabilità e crescita
dai 25 Paesi imperniato esattamente su questi concetti di fondo:
– il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo (PIL) deve essere
inferiore al 3%; il deficit è notoriamente la differenza tra le uscite
dello Stato e le relative entrate, quando cioè si spende di più di quello
che si riscuote, mentre il PIL è invece la ricchezza che viene prodotta
dalle varie attività svolte nel Paese;
– il rapporto tra il debito dello Stato (che è rappresentato in linea di
massima dall’emissione di titoli sovrani) e il PIL non dovrà superare il
60%; come sappiamo, attualmente in Italia è circa del 133% e dunque il
rientro dovrà avvenire nel giro di venti anni, in ragione perciò di un
ventesimo per ogni annualità;
– sanzioni a carico dello Stato che non si adegua nei termini previsti: si
tratterà di misure anche di carattere pecuniario e, quel che più conta, al
Paese inadempiente non verranno più erogati prestiti dall’Europa.
Ora, che cosa farà il nostro Stato per pagare, in particolare, i debiti
della pubblica amministrazione e le promesse governative sul cuneo fiscale?
Saranno evidentemente emessi titoli statali anche se nei limiti – s’intende
– del 3% del rapporto deficit-PIL.
Saranno ridotti i costi di gestione dei Ministeri e delle altre
amministrazioni pubbliche (la spending review), ma saranno anche venduti
gli immobili di proprietà statale.
C’è chi sostiene che questa politica è sbagliata perché dà soltanto
sofferenze e scarsa o nessuna crescita.
E’ meglio, insomma, avere più debiti, e perciò anche un rapporto deficit-
PIL che sfori se del caso anche il tetto del 3%, ma far lavorare tutti,
oppure operare in termini restrittivi? O, come spesso accade, in medio stat
virtus?

(franco lucidi)

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