L’ordinamento austriaco non piace del tutto all’Europa ma la decisione
della Corte di Giustizia non può costituire un “precedente”

Alla sentenza della Corte europea n. C-367/12 del 13/02/2014, resa nota
ai farmacisti dagli organi di stampa della categoria, dedichiamo appena
qualche riga di commento, soltanto per sgombrare il terreno da qualunque
perplessità su quelle che potranno rivelarsi le future decisioni dei
giudici lussemburghesi, che da qualche parte – sulla base proprio di questa
decisione – si teme infatti possano aver avviato una nuova giurisprudenza
su alcuni sistemi di organizzazione del servizio farmaceutico prescelti da
Stati aderenti alla UE.

In verità, l’assetto austriaco, secondo la sentenza, è bensì incompatibile
in particolare con la libertà di stabilimento sancita nel TFUE, ma solo
nella parte in cui non permette minimamente (come invece permette, per
guardare in casa nostra, l’art. 104 TU.San.) di far fronte – prescindendo
anche da qualsiasi dato demografico – alle esigenze di assistenza
farmaceutica degli abitanti di una zona dettate da specifiche situazioni
locali.

Non per caso, del resto, l’art. 104, è una disposizione irrinunciabile
perché in realtà di “chiusura” di un sistema come quello italiano, come è
vero che, più o meno nello stesso testo, resiste impavidamente a ogni
riforma ormai da 80 anni.

L’ordinamento settoriale dell’Austria, invece, è privo di una misura come
il nostro criterio topografico, e questo, secondo la Corte, lo rende in
conflitto con la normativa comunitaria dato che, sotto lo specifico profilo
considerato, comprime appunto – ma non giustificatamente – la libertà di
stabilimento del cittadino europeo.

E’ però una decisione che non può essere di per sé indizio di un nuovo
orientamento della Corte di Lussemburgo ed é anzi a ben vedere coerente con
altre sue pronunce in materia (in particolare con quella sulle Asturie) che
infatti avevano già lasciato intendere che la posizione dei giudici europei
fosse in sostanza critica (sempre con riguardo segnatamente all’art. 49 del
TFUE) verso le disposizioni nazionali che si presentino come impeditive o
comunque di eccessivo ostacolo – per ragioni dipendenti dal dato della
popolazione e/o dalla distanza minima – all’apertura di farmacie in certe
zone magari modeste sul piano demografico.

Anche per questo aspetto, dunque, il nostro è un sistema perfettamente al
riparo – sempre guardando alla giurisprudenza europea di oggi – da
autentiche censure, tanto più che all’art. 104 (che, non dimentichiamolo,
il Consiglio di Stato, con una ordinanza tra le peggiori che il
sottoscritto ricordi, aveva tentato inutilmente tempo fa di sottoporre
proprio al giudizio della Corte di Giustizia…) si è recentemente aggiunto
nella stessa direzione anche l’art. 11 del DL Cresci Italia, che ha infatti
imposto alle amministrazioni comunali di tenere anche conto,
nell’organizzazione delle farmacie sul territorio, “dell’esigenza di
garantire l’accessibilità del servizio farmaceutico anche a quei cittadini
residenti in aree scarsamente abitate”.

Almeno al momento, dunque, sul fronte europeo la normativa nazionale non
sembra correre alcun pericolo.

(gustavo bacigalupo)

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