Agevolazioni prima casa: “occhio” a quello che si dichiara nell’atto di
acquisto

Una recentissima sentenza della Cassazione (n. 21282/2013) ha chiarito la
portata delle condizioni per l’acquisizione delle agevolazioni prima casa,
con particolare riferimento alle dichiarazioni che devono essere rese
nell’atto di acquisto.

Ricordiamo rapidamente che, secondo la nota II-bis n. 1) all’art. 1 della
Tariffa – Parte Prima allegata al TU Registro, l’agevolazione viene
riconosciuta a condizione che “l’immobile sia ubicato nel territorio del
comune in cui l’acquirente ha o stabilisca entro diciotto mesi
dall’acquisto la propria residenza o, se diverso, in quello in cui
l’acquirente svolge la propria attività ovvero, se trasferito all’estero
per ragioni di lavoro, in quello in cui ha sede o esercita l’attività il
soggetto da cui dipende ovvero, nel caso in cui l’acquirente sia cittadino
italiano emigrato all’estero, che l’immobile sia acquistato come prima casa
sul territorio italiano. La dichiarazione di voler stabilire la residenza
nel comune dove è ubicato l’immobile acquistato deve essere resa a pena di
decadenza, dall’acquirente nell’atto di acquisto.”

Ebbene, secondo il ragionamento della Corte, la menzionata dichiarazione
riguarderebbe non solo la residenza – circa il suo stabilimento o alla
volontà di stabilimento nel termine dei diciotto mesi nel comune in cui si
trova l’immobile – ma anche il luogo di lavoro, sempre in ordine al suo
stabilimento o alla volontà di stabilimento nello stesso termine.

Tale dichiarazione, peraltro, deve essere resa a pena di decadenza
cosicché, in definitiva, se non viene resa, o se non viene rispettato nel
termine previsto l’impegno al trasferimento – allorché la dichiarazione
riguardi, per l’appunto, quest’ultimo – l’agevolazione è irrimediabilmente
perduta; ma lo stesso effetto, attenzione, si produce se ne viene resa “una
per un’altra” pur sussistendo in concreto le condizioni di quella
erroneamente non resa (!).

Quindi, ad esempio, se ci si trova ad acquistare un appartamento nel comune
in cui effettivamente si svolge l’attività ma non si ha la residenza e, per
errore o per leggerezza, nell’atto viene dichiarata la volontà di volerla
trasferire nel termine dei diciotto mesi e poi tale trasferimento non si
realizzi, l’agevolazione sarà definitivamente perduta (con il consueto
corredo di maggiori imposte e sanzioni…) senza la possibilità di obiettare
che, svolgendo in quel comune l’attività, l’altra condizione erroneamente
non dichiarata di fatto è sussistente dato che quel che la legge richiede a
pena di decadenza è proprio che di questo si faccia dichiarazione
nell’atto.

L’interpretazione della Corte appare ineccepibile sul piano letterale ma
finisce con il penalizzare forse eccessivamente situazioni per le quali,
pur sussistendo in concreto le condizioni per l’ottenimento dello sconto
fiscale, questo viene rifiutato per effetto di una dichiarazione errata
(magari anche frutto di una… cattiva assistenza professionale) e, quindi,
in definitiva di una mera formalità.

Ma fino a quando quest’orientamento non muterà, massima attenzione a quel
che mettiamo nero su bianco.

(stefano
civitareale)

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