Risarcimento danni da “lite temeraria”: decidono le commissioni tributarie

Con una decisione di indubbia portata storica le Sezioni Unite della Corte
di Cassazione (ord. 13899/13 del 3 giugno scorso) hanno stabilito che è il
giudice tributario ad avere la giurisdizione – come si dice tecnicamente –
sulla domanda di risarcimento del danno (patrimoniale e non) cagionato da
comportamenti negligenti o imprudenti dell’amministrazione finanziaria o
dell’agente della riscossione.

Gli Ermellini hanno concluso in tal senso tenuto conto del nesso causale e
diretto che intercorre tra la domanda di risarcimento ed il provvedimento
tributario impugnato.

Come è noto, si definisce “lite temeraria” l’azione o la resistenza in
giudizio svolta con mala fede o colpa grave, come accade, ad esempio,
quando il Fisco instaura o continua un giudizio “ad oltranza” per un atto
palesemente infondato; e il “litigante temerario”, in caso di soccombenza,
può essere condannato, oltre che al pagamento delle spese processuali,
anche al risarcimento dei danni che l’instaurazione o la prosecuzione del
giudizio abbia causato alla controparte.

E la Cassazione ha per l’appunto ora stabilito che la condanna al
risarcimento spetta al giudice tributario investito del contenzioso, perché
ragionevolmente è quello più in grado di ogni altro di valutare il
ricorrere delle condizioni per il risarcimento.

Soprattutto se il principio avrà concreta applicazione, come peraltro
dovrebbe essere lecito credere (sono infatti merce sempre meno rara le
decisioni tributarie che condannano alle spese la parte soccombente,
anche quando si tratti dell’amministrazione finanziaria), è possibile che
nel tempo le parti di un processo tributario – e pensiamo in particolare
proprio agli agenti della riscossione – assumano sotto ogni aspetto
comportamenti più responsabili di fronte ai giudici e nel giudizio.

(stefano lucidi)

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