Plusvalenza accertata per il registro “buona” anche per le imposte sui
redditi: l’ennesima conferma della Cassazione

In tema di accertamenti fiscali sulle cessioni d’azienda la Cassazione
sembra ormai irremovibile: l’amministrazione finanziaria può accertare
induttivamente a fini delle imposte dirette la plusvalenza patrimoniale
realizzata a seguito di una cessione d’azienda sulla base dell’accertamento
di valore effettuato per l’imposta di registro.

In pratica, i risultati ottenuti per l’imposta di registro si possono
“trasferire” senza alcun ulteriore onere per l’amministrazione finanziaria
anche sul versante delle imposte dirette.

La posizione rappresenta ormai un orientamento consolidato ribadito anche
da una recentissima ordinanza della Suprema Corte (che pronuncia sempre
meno sentenze e sempre più ordinanze…).

La posizione è tuttavia discutibile perché, come sappiamo, diversi sono i
meccanismi che presiedono al funzionamento delle due imposte: nel registro
infatti rileva il valore dell’azienda, indipendentemente dal prezzo
pattuito (se questo è diverso), mentre ai fini delle imposte dei redditi
quello che conta è proprio il prezzo effettivamente corrisposto.

Ma la Cassazione non sente ragioni: l’ufficio può utilizzare quanto
accertato in tema di imposta di registro per sostenere validamente la sua
pretesa anche nell’eventuale verifica in materia di imposte sui redditi, e
dovrà pertanto essere il contribuente a dimostrare di aver venduto a un
prezzo inferiore a quello accertato, se vorrà evitare il pagamento di
imposte, sanzioni ed interessi, su una plusvalenza (magari) mai
guadagnata.

(valerio salimbeni)

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