Legittima per il Tar Lazio l’attività di estetista all’interno della
farmacia

È quanto afferma il Tar Lazio che con una decisione di qualche giorno fa
(n. 5036 del 20/05/2013) ha accolto il ricorso di un titolare di farmacia
romano che aveva impugnato: a) il provvedimento del Comune di inefficacia
della Scia (segnalazione certificata di inizio attività) da lui presentata
per denunciare l’inizio dell’attività di estetista; b) la nota della Asl
territorialmente competente di rigetto della richiesta volta ad ottenere il
parere igienico-sanitario per l’avvio dell’attività connessa al laboratorio
di estetica in farmacia già autorizzata; c) infine, il regolamento emanato
nel 2006 dal Comune di Roma appunto per le estetiste.
Sostiene in primo luogo il Tar che legittimato a presentare la Scia è
proprio il titolare della farmacia e non l’estetista che è deputato
materialmente a svolgere l’attività (le cui generalità e requisiti
professionali sono stati peraltro specificati nella Scia).
E inoltre,dopo aver ricordato che tale attività è disciplinata dalla l.
n.1 del 1990 e dalla l.r. Lazio n. 33/2001, i giudici amministrativi
affermano che l’indicazione – nel regolamento del 2006 (di attuazione della
detta legge regionale) delle attività all’interno delle quali può essere
svolta quella di estetista – non deve considerarsi tassativa (cioè chiusa),
ma meramente esemplificativa (cioè aperta), perché il regolamento fa
riferimento non solo, come detto, a quelle espressamente ivi elencate
(palestre, alberghi, villaggi turistici, centri commerciali, ospedali,
comunità, case di cura, case per ferie, studi cinematografici, televisivi),
ma anche ad “altre strutture similari”.
Conseguentemente, precisa il Tar, deve verificarsi volta per volta se
l’estetista è compatibile con l’attività principale – svolta nei locali al
cui interno verrà collocata la cabina estetica – che deve presentare
analogie o affinità (“similari”, dice infatti la norma regolamentare) con
quelle espressamente elencate.
“Se, invero, le farmacie presentano analogie con altre attività commerciali
– quali le profumerie ed i centri commerciali – affiancandosi alla vendita
di farmaci anche diverse attività, di cui alla apposita tabella
merceologia, quali la vendita di cosmetici, non si ravvisano ragioni per
escludere la possibilità di esercizio, al loro interno, dell’attività di
estetista, altrimenti venendosi ad integrare, a diversamente ritenere, una
indebita discriminazione per le farmacie in assenza di valide ragioni
giustificatrici, dal momento che anche nei centri commerciali vengono
distribuiti prodotti farmaceutici e cosmetici, così venendo accostati
l’attività artigianale di estetista ad un’attività di tipo commerciale.
Posto che sia le farmacie che i centri commerciali sono accomunati dalla
vendita di farmaci, non si vede per quale ragione solo all’interno dei
primi sarebbe consentita l’attività di estetista, e non nelle farmacie, non
potendo ravvisarsi alcuna incompatibilità o interferenza tra tale ultima
attività e quella sanitaria cui la farmacia è deputata in via principale.
Inoltre, la riconosciuta possibilità di esercitare l’attività di estetista
all’interno di ospedali, case di cura e di riposo non consente di ritenere
ostativa alla possibilità di svolgere l’attività di estetista all’interno
dei locali di farmacie la natura prevalentemente sanitaria della relativa
attività, in quanto comune alle citate strutture.
Se dunque il Regolamento non ritiene che la specificità delle attività
svolte all’interno di ospedali, case di cura e di riposo sia ostativa alla
possibilità di svolgimento dell’attività di estetista al loro interno,
analogamente non può costituire ragione ostativa all’esercizio
dell’attività di estetista la similare specificità delle attività delle
farmacie ed il preminente interesse pubblico sanitario delle stesse.”
Per di più – conclude il Tar con l’immancabile richiamo alla “ratio di
liberalizzazione delle attività commerciali” sottesa ai due fondamentali
dl. 138/2011 e dl. 1/2012 (il Cresci Italia) – deve ormai “intendersi
consentita qualsiasi attività economica privata non espressamente vietata
dalla legge”, e “devono intendersi abrogate tutte le norme che impongono
divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non
proporzionati alle finalità pubbliche perseguite, con conseguente necessità
di adottare un’interpretazione restrittiva delle disposizioni che recano
limiti o divieti”.
Naturalmente, ma questo era già noto, i locali devono essere materialmente
separati da quelli in cui viene esercitata l’attività di farmacia e
possedere i richiesti requisiti igienico-sanitari.
(stefano lucidi)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!