Passo indietro della Cassazione sulla sindacabilità dei compensi degli
amministratori

Con una recente ordinanza la Cassazione, dopo aver rammentato alcuni
principi di carattere generale secondo cui rientra nei poteri
dell’Amministrazione finanziaria la valutazione di congruità dei costi e
dei ricavi esposti nel bilancio e/o nella dichiarazione e che incombe al
contribuente l’onere della prova sull’inerenza e appunto sulla congruità
dei costi dedotti, ha concluso – dopo alcune precedenti decisioni di segno
contrario – che tutto questo postula anche la piena sindacabilità della
misura del compenso liquidato agli amministratori di società.

Infatti, come leggiamo nel provvedimento della Suprema Corte, “Il mancato
riferimento (nel T.U.II.DD: ndr) a tabelle o altre indicazioni vincolanti“
– come accadeva in vigenza del DPR 597/73, secondo cui i compensi a favore
degli amministratori erano deducibili “nei limiti delle misure correnti
degli amministratori non soci” – “che pongono limiti massimi di spesa,
oltre i quali essi non possano essere deducibili, non confligge con i
suesposti principi generali”, con la conseguenza che gli Uffici finanziari
non sono vincolati alla misura dei compensi degli amministratori indicata
in delibere sociali o in contratti, “rientrando (invece) nei normali poteri
dell’Ufficio la verifica dell’attendibilità economica delle
rappresentazioni esposte nel bilancio e nella dichiarazione”.

Spetta dunque al contribuente, va ribadito, provare concretamente
l’esistenza di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino
l’attribuzione di compensi nell’ammontare previsto negli accordi sociali
e/o in altri moduli contrattuali.

(stefano lucidi)