La mancata cessione entro il termine della quota sociale ereditata –
QUESITO

Insieme al figlio di un mio fratello (nessuno di noi due è farmacista)
abbiamo ereditato la quota sociale pari al 30% di una snc che possedeva il
terzo fratello, deceduto senza testamento e senza legittimari.
Dal decesso sono però passati circa 10 mesi e dobbiamo ancora presentare la
dichiarazione di successione; vorrei tuttavia sapere entro quale data
dobbiamo vendere la quota e che cosa succederà se non riusciamo a trovare
in tempo un accordo per la cessione.

Dando per scontato che lo statuto sociale Vi abbia consentito di subentrare
nella quota sociale ereditata per tutto il tempo previsto nel comma 9
dell’art. 7 della l. 362/91, rispondere alla prima domanda è facile, un po’
meno alla seconda.
Dunque, per effetto del disposto del comma 11 dell’art. 11 del dl. Cresci
Italia (che per tale aspetto ha modificato il citato comma 9, sul cui testo
originario era a propria volta intervenuto anche il dl. Bersani del 2006),
il termine entro il quale potete disporre della quota è oggi quello del
compimento del sesto mese dalla presentazione della dichiarazione di
successione (sarebbe stato invece di due anni dal decesso di Vs. fratello,
se questo fosse avvenuto prima del 25/3/2012).
Decorso inutilmente tale termine (sarà bene quindi che prestiate attenzione
alla data in cui presenterete telematicamente la dichiarazione di
successione, conservandone anche la documentazione), la quota – che
probabilmente avete ricevuto in regime di comunione tra Voi – diventa
giuridicamente incedibile, rendendo così invalido un ipotetico negozio
traslativo (anche a titolo gratuito) a favore di un qualsiasi terzo.
Potreste forse tentare di sciogliere la comunione, magari con riguardo alla
sola quota sociale, ricorrendo a una divisione, se del caso giudiziaria; e
però sarebbe un rimedio non soltanto laborioso ma verosimilmente anche poco
fruttuoso, perché finireste per possedere, ciascuno, una quota pari al 15%
del capitale sociale che però nei fatti non troverebbe certo uno… stuolo di
acquirenti (come peraltro neppure l’intera frazione del 30%), e le ragioni
sono intuibili.
L’impressione è quindi che, se non raggiungerete accordi con i soci
superstiti (che del resto almeno sulla carta parrebbero i migliori
acquirenti possibili della quota), sia preferibile ma forse inevitabile
giungere con la scadenza del termine allo scioglimento del Vs. rapporto con
la società che naturalmente è insorto – proprio ai sensi dell’art. 7 della
l. 362/91 (e sempre, beninteso, permettendolo lo statuto sociale) – per
effetto stesso del Vs. subentro iure successionis nella quota sociale.
E, dato che questa non può evidentemente andare… a concorso (come invece
avverrebbe per l’inutile decorso del periodo nel caso di decesso di un
titolare individuale di farmacia), non resterà in tale evenienza che
procedere alla liquidazione agli eredi del suo valore patrimoniale secondo
le norme civilistiche.
Ma guardando alle tre ipotesi di scioglimento del rapporto sociale
contemplate nel codice (morte, recesso, esclusione), la vicenda non sembra
attagliarsi sicuramente a quella del recesso (art. 2285) ma forse neppure –
se non con grandi acrobazie interpretative – a quella dell’esclusione (art.
2286); parrebbe invece inquadrarsi senza eccessive difficoltà nell’ipotesi
di morte, per la quale in principio l’art. 2284 prevede l’obbligo dei soci
superstiti di “liquidare la quota agli eredi, a meno che preferiscano
sciogliere la società, ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi
acconsentano”.
E’ vero che la norma è derogabile, tant’è che generalmente, come accennato,
l’atto costitutivo/statuto di una società di farmacisti giustamente vi
deroga, prevedendo perlopiù l’applicazione a favore degli eredi appunto
dell’art. 7 della l. 362/91 e dunque la sottrazione in via provvisoria
della vicenda alla sfera applicativa dell’art. 2284.
Però, una volta decorso il termine senza che gli eredi – come stiamo
ipotizzando nel Vs. caso – abbiano consumato positivamente il diritto di
trasferire la quota a terzi, ci pare abbastanza corretto che la fattispecie
venga ricondotta proprio nell’area di operatività di questa specifica
disposizione del codice.
E, visto che un’ulteriore continuazione della società con gli eredi è
impedita questa volta da una norma imperativa, deve trovare senz’altro
applicazione – salvo che il socio superstite non preferisca sciogliere la
società – il principio generale enunciato nell’art. 2284 della liquidazione
della quota agli eredi, anche se, in assenza di criteri di valutazione
prefissati nello statuto (che sarebbe sempre bene prevedere addirittura nel
dettaglio) o almeno definiti tra le parti in un clima di non belligeranza,
la determinazione del suo valore può rivelarsi una questione non agevole da
risolvere.

(gustavo bacigalupo)

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