Ancora sul servizio di turno “a chiamata” – QUESITO

Le scrivo in merito al Suo commento alla sentenza di Cassazione sul
servizio notturno a chiamata; ma secondo me un orientamento così spietato
verso la farmacia non deriva tanto dalla legge veneta, ma dal fatto stesso
che noi espletiamo su concessione amministrativa un servizio pubblico che
deve essere continuativo e anche perché il famoso stato di necessità, con
la derubricazione di farmaci dal regime  “con ricetta” a quello “libero”,
si è molto modificato nel contenuto.
Ritengo insomma che, esasperando l’esempio, anche una confezione di latte
in polvere può essere urgente perché di necessità primaria per il bambino.

Il quesito – che si riferisce alla Sediva news del 14/12/2012 (“Farmacia in
turno di reperibilità: se non dispensa un farmaco (anche da banco), per la
Cassazione si configura un reato) – esprime dunque il timore che la tesi
della Cassazione possa anche prescindere dalla l.r. Veneto, come potrebbe
forse sembrare stando ad alcune notazioni di carattere generale della
Suprema Corte (continuità del servizio ecc.).

Ma se guardiamo alle norme scritte, confrontando in particolare l’art. 7
della legge veneta con l’art. 1 della l.r. Puglia (la regione da cui il
quesito proviene), la differenza – quantomeno per il servizio “a chiamata”,
cui del resto la decisione strettamente si riferisce – balza facilmente
agli occhi.

Questo, infatti, è il testo dell’art. 7: “…Agli effetti della presente
legge per chiamata si intende: a) la chiamata formulata dal cittadino
munito di regolare ricetta, sulla quale il medico abbia fatto esplicita
menzione dei caratteri di urgenza della prescrizione; b) la chiamata
formulata dal cittadino per i farmaci per i quali ai sensi della normativa
vigente non vi è obbligo di prescrizione e comunque nei casi di effettiva
necessità”.

E questo è invece il testo dell’art. 1 della legge pugliese, per la parte
che ci interessa: “…Il servizio farmaceutico viene effettuato: a) a
battenti aperti: quando la farmacia è aperta al pubblico; b) a battenti
chiusi: quando la farmacia è chiusa, con farmacista di guardia all’interno;
in tal caso i battenti dell’esercizio farmaceutico devono avere… c) a
chiamata: quando all’esterno della farmacia il farmacista indica il luogo
e, se possibile, anche il recapito telefonico dove può essere prontamente
reperito. …Si deve intendere per “chiamata” quella formulata dal cittadino
che sia fornito di ricetta dichiarata urgente dal medico”.

Come si vede, l’estrema (e non affatto condivisibile) ampiezza della
prescrizione sub b) dell’art. 7, oltre a rendere evidentemente del tutto
inutile quella sub a) (perché il più comprende certo il meno), finisce
anche per alterare la fine sostanza e il significato stesso del servizio
espletato “a chiamata” da un farmacista veneto, per il quale infatti l’area
della dispensazione obbligatoria del farmaco è pienamente svincolata –
costringendo così la Cassazione a tenerne adeguato conto –
dall’irrinunciabile presupposto della “ricetta dichiarata urgente dal
medico”, cui viene invece circoscritto l’obbligo e perciò anche la
responsabilità dell’omologo farmacista pugliese.

È pertanto molto complicato estendere tout court il principio di diritto
affermato dalla Cassazione (che non sembra però campato in aria neppure con
riguardo alla configurabilità del reato di cui all’art. 331 c.p.) a
fattispecie riguardanti farmacie di turno “a chiamata” non venete, pur non
potendosi escludere che, come talvolta è accaduto, qualche fatto di
particolare clamore possa indurre frettolosi giudici di merito (piuttosto
che la Suprema Corte) a una visione un po’ troppo enfatica del ruolo della
farmacia e a ravvisare quindi profili di responsabilità del farmacista non
rinvenibili nel diritto positivo.

(gustavo bacigalupo)

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