Debutta il nuovo redditometro (seconda parte)

Dobbiamo ora procedere all’analisi degli indicati due strumenti di
accertamento sintetico, avviando l’indagine dall’accertamento sintetico
puro (il c.d. spesometro) e ribadendo che nella nuova formulazione
dell’art. 38 esso consente agli Uffici fiscali di determinare appunto
sinteticamente il reddito complessivo sulla base delle spese di qualsiasi
genere sostenute nel corso del periodo di imposta, e rendendo così
rilevante il c.d. “principio di cassa”, secondo il quale, se in un certo
anno solare il contribuente, poniamo, contrae un mutuo per l’acquisto di un
immobile, ai fini dell’accertamento sintetico rileveranno le quote pagate
nell’anno stesso, che andranno quindi ad aggiungersi alle altre spese
sostenute nel medesimo periodo.
Facciamo un esempio. Nel corso del 2010 il Sig. Rossi acquista un immobile
avente un costo pari ad € 1.000.000,00; finanziariamente l’investimento
viene sostenuto così: € 200.000,00 al rogito; € 800.000,00 con mutuo
ipotecario trentennale, il cui rimborso comporta il pagamento di rate
annuali di complessivi (capitale più interessi) € 50.000,00, che
costituisce dunque l’importo dell’ulteriore esborso sostenuto come prima
rata dal Sig. Rossi nel 2010; quindi per tale anno – ai fini
dell’accertamento sintetico puro – le spese riferite all’acquisto
ammonteranno a complessivi € 250.000,00 (€ 200.000,00 + € 50.000,00).
Ora, è proprio per il ruolo straordinariamente dominante del principio di
cassa (che permette di definire la vicenda con la ricordata
semplificazione: “ad un euro speso deve corrispondere un euro dichiarato”)
che non trova più applicazione la presunzione precedentemente in vigore per
la quale le spese per incrementi patrimoniali (immobili, mezzi di
trasporto, acquisto di partecipazioni…) si intendevano sostenute con
redditi conseguiti – in quote costanti – nell’anno in cui la spesa
risultava effettuata e nei quattro anni precedenti.
Tornando perciò all’esempio, se la precedente normativa individuava un
reddito accertabile pari ad € 50.000,00 (un quinto di € 250.000,00), con la
nuova il suo importo coincide con quello della spesa effettivamente
sostenuta (come detto, € 200.000,00 + € 50.000,00 = € 250.000,00).
Senonché, sempre in queste ore, il Fisco, rendendosi probabilmente conto
che quel principio di cassa è difficilmente sostenibile soprattutto per gli
investimenti di una certa entità (come nel caso dell’acquisto di un
immobile), sembra voglia fornire ai suoi funzionari una direttiva con cui
si suggerirebbe di distribuire in più anni la spesa sostenuta, facendo
quasi risorgere per incanto, nei fatti, il principio sancito dal vecchio
testo dell’art. 38 per il quale, come abbiamo già ricordato, l’incremento
patrimoniale dovrebbe essere comunque “spalmato” nell’anno di sostenimento
del costo e nei quattro precedenti. Almeno in via amministrativa, se non
sul piano legislativo o regolamentare, si tornerebbe così al passato, ma
questa è una conclusione francamente poco convincente apparendo più che
altro (come del resto quella dei 12.000 euro…) una suggestione forse
elettoralistica, almeno fin quando non interverranno norme scritte di segno
diverso da quelle vigenti.
Passando all’esame del secondo strumento di accertamento sintetico, il c.d.
“redditometro”, esso si fonda invece su un concetto molto ampio di “spesa
sostenuta”, rientrandovi infatti non soltanto quella “corrente” ma anche
gli investimenti netti e le quote di risparmio formati nell’anno.
Il decreto ministeriale, in particolare, elenca numerosi “elementi
indicativi di capacità contributiva” di cui il Fisco avrà notizia dalle più
svariate banche dati messe a disposizione dell’Agenzia delle Entrate, o che
verranno determinati in via presuntiva facendo riferimento alla spesa media
Istat del nucleo familiare di appartenenza.
Tutti questi “elementi indicativi di capacita contributiva” sono
contemplati nella Tabella A allegata al decreto e riguardano l’intera gamma
dei consumi (come le spese per il mantenimento di un’abitazione, quelle per
trasporti, telefonia, viaggi, calzature, abbonamenti a servizi televisivi,
telefonici, le spese sanitarie, di istruzione, per la cura del corpo e
quant’altro…), e sono raggruppati in undici macrocategorie, differenziate
secondo la tipologia di nucleo familiare e secondo l’area territoriale di
appartenenza.
In corrispondenza di ogni voce di consumo viene anche indicata la fonte
alla quale il Fisco dovrà attingere per assumere l’entità della spesa
sostenuta nell’anno dal nucleo familiare verificato e pertanto si tratterà
o di una o più delle “famigerate” 128 banche dati disponibili
dell’Amministrazione finanziaria, ovvero delle spese medie calcolate
presuntivamente dall’Istat con riguardo alle undici (tipologie di) nuclei
familiari di appartenenza (indicate all’interno del decreto nella Tabella
B) insediate all’interno di cinque aree territoriali (Nord-Est, Nord-Ovest,
Centro, Sud, Isole) e perciò, in definitiva, con riguardo a 55 profili
familiari diversi.
Inoltre, dato che nel decreto si fa riferimento alle spese dell’intero
nucleo familiare, le stesse saranno poi attribuite per “quota parte” al
soggetto controllato sulla base percentuale stabilita tra il reddito
complessivo del contribuente e il reddito dell’intero nucleo familiare di
appartenenza.
Così, ad esempio, per una coppia con un figlio residente in una delle
nostre isole maggiori, nella quale per il 2011 il marito ha dichiarato un
reddito di € 40.000 e la moglie di € 20.000, in caso di accertamento a
carico del marito, dato che la quota parte del reddito di quest’ultimo
incide sul reddito complessivo familiare per il 66,66%, in questa stessa
misura percentuale inciderebbe anche – ai fini dell’accertamento –
qualsiasi voce di consumo familiare, talché quella, poniamo, alimenti e
bevande (stimata dall’Istat in € 6.448) “peserebbe” per € 4.299.
Altre fonti di notizie cui potrà attingere l’Agenzia delle Entrate saranno
quelle individuate dai risultati ottenuti da indagini statistiche di
carattere socio-economico, dagli investimenti effettuati nel corso
dell’anno per immobili o beni mobili registrati al netto di eventuali
finanziamenti oppure derivanti dalla sottoscrizione di polizze assicurative
o di acquisti di azioni e/o obbligazioni, ecc.
Nel nuovo redditometro viene anche introdotto il concetto, anch’esso nuovo
di zecca, di “quota di risparmio riscontrata formatasi nell’anno”, per il
quale a noi pare che – laddove si riscontri nel conto corrente al 31
dicembre dell’anno un importo eccedente rispetto all’ammontare della
giacenza registrata al 31 dicembre dell’anno precedente – l’eccedenza,
salvo che il contribuente dimostri il contrario in sede di contraddittorio
con l’Ufficio, possa costituire interamente per costui una “spesa”
ulteriore da aggiungere al reddito accertabile secondo quanto sopra detto.
In questo quadro, dal prossimo mese di aprile le banche e gli altri
intermediari finanziari saranno tenuti a comunicare al Fisco i saldi
iniziali e finali dei conti correnti a partire dall’anno d’imposta 2011.
Infine, è da tenere presente che le spese relative a beni e servizi
effettuate dal coniuge e/o dai familiari fiscalmente a carico si
considerano interamente sostenute dal contribuente cui tali soggetti sono
riconducibili; mentre le spese per beni e servizi relativi alla propria
attività sono totalmente o parzialmente escluse secondo che esse siano
totalmente o parzialmente (si pensi ai beni c.d. promiscui) riferibili
all’attività stessa.
In pratica, il reddito determinato sinteticamente con il metodo
redditometrico sarà formato da importi di spesa presenti nelle banche dati
dell’Anagrafe tributaria e da coefficienti “moltiplicatori” su spese
desunte da rilevazioni statistiche, tenendo anche conto che ogni qualvolta
si intercetterà una spesa indicata nella Tabella A verrà considerato, ai
fini dell’accertamento sintetico, il valore più elevato tra quello
risultante dalle banche dati dell’Anagrafe Tributaria e quello
presuntivamente conseguente alle indagini Istat sui consumi o da analisi di
studi socio-economici.
È un metodo che si basa ovviamente su presunzioni, che fanno perciò
risalire ad un fatto ignoto (qui la capacità contributiva del contribuente)
partendo da un fatto noto (qui la disponibilità di beni e servizi misurata
dalla spesa effettiva o da quella redditometrica); ma è un metodo che
notoriamente è sempre stato oggetto di vivaci discussioni tuttavia ancora
in corso, come è vero che di questi tempi si sta dibattendo se le
presunzioni redditometriche su cui l’Agenzia delle Entrate determina il
reddito complessivo siano di tipo “legale” (con la conseguenza che sarebbe
addossato al contribuente l’onere di provare che il risultato ottenuto
dall’Ufficio è errato), oppure “semplici” (per cui ricadrebbe invece sul
Fisco l’onere di provare che tali elementi presuntivi sono sufficienti a
giustificare l’accertamento sintetico).
La giurisprudenza della Cassazione è sul punto piuttosto altalenante:
l’orientamento prevalente sembra comunque classificare il metodo
redditometrico come presunzione “legale”, ma proprio di recente alcune
pronunce (l’ultima è addirittura di pochi giorni fa) qualificano il
redditometro come presunzione “semplice”, talché il fatto noto proposto
dall’Ufficio deve essere integrato da ulteriori elementi specifici in grado
di rendere “personale” e concreta la verifica nei confronti di un
contribuente e non di considerarla come un mero “controllo di massa”; ed è
soprattutto per questo che, come abbiamo ampiamente illustrato, il “nuovo”
art. 38 rende obbligatorio il contraddittorio tra contribuente ed Ufficio
prima dell’adozione di qualsiasi provvedimento da parte
dell’Amministrazione finanziaria.
In conclusione, prescindendo da orientamenti politici e dalle promesse di
partiti o candidati, il problema “redditometro” non è affatto di facile
soluzione, ma l’esperienza ci fa pensare che il Fisco finirà per utilizzare
senza grandissimi pudori (peraltro, rebus sic stantibus, del tutto
legittimamente) quest’arma che, piaccia o non piaccia, gli è stata fornita
dal legislatore; magari questo non lo vedremo domani o dopodomani, ma
sicuramente lo toccheremo con mano in un futuro molto ravvicinato, e dunque
ci sembra irrinunciabile che ognuno di noi verifichi con la massima
diligenza sin da ora – con l’ausilio dei propri consulenti – se il reddito
da lui dichiarato dal 2009 in poi sia adeguato, secondo i criteri che
abbiamo esaminato, al suo tenore di vita e/o agli acquisti effettuati in
questi ultimi anni.

(Studio Associato)

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