Debutta il nuovo redditometro (prima parte)

Dopo aver a suo tempo messo in luce le problematiche e le criticità (per
tutte, v. Sediva news del 26/7/2011) del nuovo redditometro, è ora il
momento di verificare l’impatto che lo strumento potrà avere nei ns.
rapporti con l’Amministrazione finanziaria, oltre che nella lotta
all’evasione fiscale, perché è stato pubblicato il provvedimento
ministeriale che permette all’Agenzia delle Entrate di misurare la
correttezza delle dichiarazioni dei redditi – a partire dall’anno d’imposta
2009 – in funzione delle spese effettivamente sostenute e/o ricostruite
induttivamente sulla base di medie Istat e degli altri elementi che
vedremo.

Si tratta del dm. del 24 dicembre 2012, che determina infatti regole e
criteri che presiedono alla costruzione di un software che consentirà al
Fisco di controllare ogni singolo contribuente e verificare la veridicità
di quanto da lui dichiarato, prendendo in considerazione le sue spese
correnti, gli investimenti effettuati e le quote di risparmio accumulate
nel corso dell’anno (concetto quest’ultimo che non risulta essere mai stato
in precedenza applicato).

A tal fine, entro il mese di marzo 2013 dovrebbero essere definite le varie
liste selettive di contribuenti “a rischio evasione” e da sottoporre quindi
a controllo.

In caso di verifica, l’Agenzia delle Entrate metterà a confronto il reddito
determinato “sinteticamente” (sulla base delle spese sostenute dal
contribuente) con il reddito dichiarato e, se si sarà sforata un soglia di
tolleranza del 20%, si instaurerà una fase obbligatoria di contraddittorio
in cui sarà possibile dimostrare che le spese “intercettate” (attraverso
ben 128 banche dati!) sono state in realtà sostenute con risparmi
accumulati in passato o con redditi esenti o comunque legalmente non
soggetti ad imposta.

In sede di contraddittorio sarà anche possibile raggiungere un accordo con
il Fisco; diversamente, l’Amministrazione si attiverà per emettere un
avviso di accertamento impugnabile dinanzi alle commissioni tributarie.

Visto l’uso e l’abuso, specie da parte di quotidiani e trasmissioni
radiotelevisive, dei termini redditometro, spesometro e simili, è
preliminarmente opportuno ricordare che quello c.d. sintetico è un metodo
di accertamento, utilizzato dall’Agenzia delle Entrate, applicabile alle
sole persone fisiche e per la sola irpef (perciò non applicabile nei
confronti della farmacia come tale e non rilevante ai fini irap ed imposte
indirette, iva compresa), che permette di determinare un maggior reddito
rispetto a quello dichiarato sulla base dell’effettuazione di spese e/o
l’utilizzo di beni e servizi che lasciano presumere una maggiore capacità
reddituale; questo accertamento viene definito “sintetico” proprio perché
si fonda sul mero assunto che le spese siano state effettuate, quindi
finanziate, con il reddito dell’anno d’imposta di sostenimento.

La norma base sull’accertamento sintetico è l’art. 38 del D.P.R. 29
settembre 1973 n. 600, recentemente modificato per effetto dell’art. 22 del
D.L. 31 maggio 2010 n. 78, che ha riformulato in modo significativo gli
strumenti di accertamento sintetico del reddito delle persone fisiche,
identificandone due distinti tra loro:

1) il primo è l’“accertamento sintetico puro”, comunemente chiamato
“spesometro”, che consiste nella possibilità per l’Amministrazione
finanziaria di accertare il reddito delle persone fisiche in base a spese
di qualunque genere sostenute nel periodo d’imposta verificato; nel
concreto viene utilizzata la logica “ad un euro di spesa viene correlato un
euro di reddito” da assumere quindi nel suo importo “nominale” senza perciò
il ricorso a coefficienti “moltiplicatori”;

2) l’altro è il nuovo “accertamento redditometrico“, comunemente chiamato
“redditometro”, che invece – basandosi su indici di ricchezza, definiti dal
citato dm. del 24 dicembre u.s. “elementi indicativi di capacità
contributiva” – consente di determinare induttivamente il reddito delle
persone fisiche, cioè il loro reddito imponibile in funzione della
disponibilità di beni e servizi che richiedono il logico sostenimento delle
spese per il loro utilizzo e mantenimento; in sostanza, questa tipologia di
accertamento è imperniata sulla mera disponibilità (prescindendo quindi
dalla proprietà) in capo al contribuente di determinati beni-indice, ai
quali, diversamente che per l’”accertamento sintetico puro”, vengono invece
applicati coefficienti “moltiplicatori”.

Questi due strumenti di accertamento sintetico sono alternativi tra loro,
come ribadito dalla stessa Agenzia delle Entrate nella circolare n. 28 del
21.6.2011, nel senso che non si potranno sommare i risultati delle due
procedure per raggiungere il reddito complessivo (accertato appunto
sinteticamente) del contribuente; sulla base invece delle risultanze
istruttorie, i verificatori potranno scegliere quale dei due metodi
applicare al caso concreto.

Però, nonostante siano caratterizzati da modalità di calcolo diverse, per
ambedue gli strumenti valgono le disposizioni contenute nel nuovo art. 38,
e quindi, in particolare, sono applicabili sia per l’uno che per l’altro a)
un limite di tolleranza, b) l’obbligo di un contraddittorio preventivo e c)
la deducibilità/detraibilità degli oneri sostenuti dal reddito
sinteticamente determinato.

Quanto al limite di tolleranza, è fissato nella misura del 20%, e per
effetto di esso “agli uffici è inibito di procedere all’accertamento del
reddito a partire dagli anni 2009 qualora il reddito accertato si discosti
di meno di 1/5 da quanto dichiarato”, pur se il dettato normativo qui non
esplicita chiaramente se applicare il 20% al reddito dichiarato o a quello
accertato e presta quindi il fianco ad interpretazioni opposte che possono
favorire l’Agenzia delle Entrate o il contribuente.

Facendo un esempio, se quest’ultimo dichiara € 82.000,00 e il Fisco accerta
€ 100.000,00, nell’interpretazione “pro-contribuente” lo scostamento di €
20.000,00 (20% sul reddito accertato) porta a ritenere che l’accertamento è
giustificato solo se il reddito dichiarato è inferiore ad € 80.000,00,
mentre nell’interpretazione “pro-Agenzia” lo scostamento di € 16.400,00
(20% sul reddito dichiarato) determina l’attivazione della verifica se il
reddito dichiarato è inferiore ad € 83.600,00; a tutt’oggi, comunque, non
si registrano sentenze di commissioni tributarie che propendano per una
delle due interpretazioni piuttosto che per l’altra.

Merita infine segnalare che, mentre nella precedente versione dell’art. 38
del D.P.R. 660/1973 lo scostamento (fissato al 25%) doveva verificarsi per
due o più periodi d’imposta, tale condizione non viene ora riportata nel
nuovo testo, con la conseguenza che l’accertamento sintetico può essere
oggi applicato in relazione ad una sola annualità (anche se alcune
dichiarazioni rese in questi giorni dai più alti responsabili dell’Agenzia
delle Entrate sembrano porre un ulteriore limite di tolleranza, per cui il
redditometro non scatterebbe nel caso in cui la divergenza tra spese
accertate e reddito dichiarato fosse pari o inferiore a € 12.000,00, pur in
presenza di uno scarto superiore al 20%).

Quanto all’obbligo di un contraddittorio preventivo (che riprende
sostanzialmente quanto già avviene per gli accertamenti basati sugli studi
di settore), si tratta in pratica di uno strumento evidentemente di difesa
per il contribuente, il quale ha infatti la possibilità di fornire in tal
modo elementi utili come il possesso di redditi esclusi da tassazione, il
possesso di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta,
l’utilizzo di finanziamenti, somme derivanti da donazioni, eredità o
vincite e, più in generale, qualsiasi traccia delle disponibilità
finanziarie con le quali sono state sostenute le spese contestate
dall’Ufficio.

(Studio Associato)

(continua)

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