la difficile revoca di un dispensario inutile – QUESITO

Sono titolare di farmacia rurale sussidiata ubicata nel capoluogo, ma in
una frazione distaccata del comune (che complessivamente conta circa 2500
abitanti) è stato aperto nel 1975 un dispensario, frutto di un abuso
politico.
È possibile oggi farlo chiudere per riassorbimento?

Dall’entrata in vigore della l. 362/91 il dispensario ha assunto il ruolo
di presidio farmaceutico provvisorio, che è istituibile soltanto se la
frazione da servire rientri territorialmente in una sede farmaceutica
temporaneamente priva della farmacia di riferimento e per ciò stesso
vacante; anzi, in questi casi la sua istituzione costituisce addirittura un
obbligo di buona amministrazione, stando al disposto del terzo comma
dell’art. 1 della l. 221/68 come sostituito dall’art. 6 della l. 362/91.

Il dispensario così istituito è quindi provvisorio perché destinato ad
essere oggetto di revoca (atto qui vincolato nell’an oltre che nel quid)
all’attivazione del presidio permanente, cioè della farmacia, anche se non
si tratta in ogni caso di riassorbimento, che – almeno secondo gli artt.
104 e 380 del TU.San. – può riguardare soltanto farmacie soprannumerarie.

Sino ad allora, invece, i dispensari potevano essere istituiti,
indipendentemente dalla previsione in p.o. di un sede farmaceutica, quasi
in ogni centro abitato, anche di minima consistenza demografica, essendo
sufficiente che la Regione – magari in qualche caso “abusando”
politicamente dei suoi poteri, come Lei sospetta (ma di questi “abusi” ne
abbiamo contati parecchi negli anni, anche in tema di istituzione di
farmacie in soprannumero con il criterio della distanza) – ravvisasse la
necessità o più semplicemente l’opportunità di prestare l’assistenza ai
residenti di una frazione priva di farmacia, sia pure ricorrendo ad un
presidio di modeste dimensioni come generalmente, ma non necessariamente, è
il dispensario.

A differenza degli altri, però, questi dispensari possono essere oggetto di
revoca sol quando, sempre a giudizio della p.a., siano venuti meno quegli
stessi presupposti di pubblico interesse che ne giustificarono
l’istituzione (oltre che, evidentemente, quando nella zona sia appunto
istituita e poi attivata una vera e propria sede farmaceutica).

Nel Suo caso, perciò, dovendo certo supporre che non sia la Sua la farmacia
affidataria del dispensario, ma un altro esercizio ubicato a distanza
minore rispetto alla frazione da servire, Lei potrà soltanto tentare di
sollecitarne con un’apposita istanza la revoca per la sopraggiunta sua
inutilità o scarsa utilità (e la p.a. competente a riceverla – come abbiamo
illustrato qualche giorno fa – dovrebbe ancora essere la Regione, o il
Comune, o l’Asl, secondo il riparto di attribuzioni attualmente previsto
nelle singole leggi regionali).

Per la verità, c’è da dubitare del suo accoglimento, se non altro perché,
come sappiamo, la Riforma Monti mira dichiaratamente ad accentuare quanto
più possibile la capillarità dell’offerta dei farmaci sul territorio e a
istituire tendenzialmente una “farmacia sotto casa” di ognuno di noi; e in
questo senso anche un presidio che pure detenga e dispensi i soli
“medicinali di uso comune e di pronto soccorso” (come recita la l. 221/68)
può verosimilmente contribuire a migliorare l’assistenza farmaceutica
della zona.

In caso di diniego, o di silenzio della p.a., resterebbe il ricorso al Tar,
ma temiamo che la discrezionalità amministrativa possa rivelarsi un
ostacolo insormontabile.

(gustavo bacigalupo)