A “rischio-accertamento” le imprese sempre in perdita.

Secondo un (ormai) ben fermo orientamento giurisprudenziale, il
comportamento anti-economico dell’imprenditore può costituire un pesante
indizio di evasione.

Considerato, cioè, che lo scopo dell’impresa è (soprattutto) il
conseguimento di utili, quella che, pur realizzando per più esercizi
perdite o utili irrisori, prosegue l’attività, verosimilmente non dichiara
al Fisco tutto quel che guadagna.

La Cassazione ha però anche precisato in parecchie circostanze che la
situazione di “perdita sistemica” – questa è l’espressione tecnica – non
può essere di per sé l’unico motivo di accertamento (a maggior ragione se
la contabilità è perfettamente in ordine), perché, per essere adeguatamente
sorretto, esso richiede da parte degli organi verificatori indagini
dirette sulla concreta realtà dell’azienda, al fine di reperire quegli
ulteriori elementi che corroborino il sospetto di evasione.

Su questa scia si colloca una recentissima sentenza della Commissione
tributaria regionale della Lombardia, che ha infatti ritenuto che la
condotta antieconomica dell’impresa non può giustificare automaticamente
l’accertamento induttivo (oltretutto la società indagata aveva
successivamente cessato ogni attività con la messa in liquidazione),
perché, specie in tempi di crisi come quelli attuali, il Fisco – prima di
concludere efficacemente che la condotta antieconomica celi, in realtà,
evasioni d’imposta – ha l’onere di approfondire le verifiche “in loco”
attraverso il contraddittorio con il contribuente; e questo, proprio ai
fini del perfezionamento di un quadro più completo della situazione
imprenditoriale.

(stefano civitareale)

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