Capital gain più oneroso se la quota sociale cade in successione – QUESITO

Sono socio insieme ai miei due figli di una snc titolare di una farmacia e
ho deciso di donare loro l’intera mia quota senza rinviare tutto alla mia
morte, ma vorrei conoscerne i risvolti soprattutto fiscali.

Una decisione così delicata implica, naturalmente, valutazioni di ordine
personale e familiare che poco si prestano a risposte-brevi, come quella
che generalmente può essere dedicata ad un quesito.
Sotto il profilo civilistico, poi, la scelta della donazione – per dar
luogo ad un negozio sufficientemente “stabile” – deve essere ponderata alla
luce dell’obbligo di rispettare le quote legittime di eventuali altri eredi
(i c.d. “legittimari”).
Dal punto di vista strettamente fiscale, invece, siamo in grado, anche con
i pochi elementi disponibili, di dare una risposta abbastanza esauriente.
Volendo infatti guardare lontano e ad ogni possibile evenienza – perché è
questo che dobbiamo fare ogni volta che intendiamo cimentarci con la
pianificazione fiscale degli atti di disposizione del patrimonio familiare
nei passaggi generazionali – va detto subito che tra le due scelte
(successione o donazione) quella fiscalmente più onerosa rischia di essere
la successione ma non per l’onere che di per sé essa comporta ma per quello
che ne deriverebbe se e quando l’erede che sia subentrato nella quota
decidesse di cederla a terzi.
Infatti, la tassazione della plusvalenza (il c.d. capital gain) realizzata
per effetto della cessione a titolo oneroso di una quota sociale acquisita
dal cedente per successione rischia di essere molto più onerosa rispetto
all’ipotesi della sua acquisizione per donazione.
Vediamo perché.
Con il ritorno dell’imposta sui trasferimenti mortis causa per le
successioni aperte dal 3 ottobre 2006, i titoli non quotati e le
partecipazioni non azionarie (quali, ad esempio, quelle in società di
persone che gestiscono una o più farmacie…) scontano il prelievo sulla base
della corrispondente frazione di patrimonio netto contabile risultante
dall’ultimo bilancio pubblicato ovvero, come accade per le società di
persone non soggette all’obbligo di pubblicazione del bilancio, sulla base
dall’ultimo inventario regolarmente redatto e vidimato prima dell’apertura
della successione, restando però in ogni caso escluso l’avviamento (e
quindi, in sostanza, sulla base del valore contabile della partecipazione
stessa).
Inoltre, sia le donazioni che le successioni mortis causa di quote sociali
a favore di discendenti in linea retta sono interamente esenti dall’imposta
(di donazione o successione) quando il donatario o l’erede ne conservi il
possesso per almeno cinque anni dalla data della liberalità o del decesso
dell’ascendente.
D’altro canto, ai fini della tassazione Irpef (art. 68 Tuir) la plusvalenza
da cessioni di partecipazioni c.d. qualificate – cioè, sempre per le
società di persone, quelle che rappresentano più del 25% del valore del
patrimonio netto contabile – è calcolata, in caso di acquisto per
successione mortis causa, come differenza tra il prezzo conseguito ed il
valore della partecipazione riconosciuto ai fini dell’imposta di
successione (il valore contabile), mentre nello specifico caso in cui le
partecipazioni siano esentate dall’imposta – come nella fattispecie prima
richiamata della successione da parte di un discendente – si assume la
differenza tra il prezzo conseguito e il valore normale delle
partecipazioni; in caso di acquisto per donazione, invece, la detta
differenza è calcolata questa volta tra prezzo conseguito e il costo
riconosciuto in capo al donante.
Ora, l’Agenzia delle Entrate – secondo una pronuncia di qualche tempo fa
(circ. 12/E del 19/02/2008 – par. 3.1 e 3.2) – ritiene che dopo il ritorno
dell’imposta sulle successioni e donazioni, contrariamente a quanto
accadeva in passato, per la determinazione del costo di partenza ai fini
del calcolo delle plusvalenze da capital gain delle partecipazioni
pervenute per successione ed assoggettate alla relativa imposta, bisogna
assumere in ogni caso il valore delle partecipazioni determinato ai fini di
quell’imposta, anche quando, si badi bene, si è in presenza di franchigie
che possano annullare o ridurre l’imponibile; non si potrebbe, pertanto,
assumere come valore di partenza per il calcolo della plusvalenza il costo
della partecipazione sostenuto dal de cuius, normalmente (molto) più
elevato. Ciò determinerebbe, come è agevole comprendere, l’emergere di una
plusvalenza consistente, con conseguente aggravio della tassazione.
Né sarebbe possibile, sempre secondo l’Amministrazione finanziaria,
dichiarare ai fini dell’imposta di successione non il valore contabile ma
il costo fiscale della partecipazione in capo al de cuius (comprensivo
naturalmente delle eventuali rivalutazioni operate), al fine di
considerarlo come costo fiscalmente riconosciuto anche in capo agli eredi.
L’effetto è intuibile: quel che questi ultimi hanno risparmiato al momento
della successione riverseranno in misura più che proporzionale al momento
della cessione, vista l’elevata differenza di aliquota con la quale
avvengono i due prelievi (imposta di successione e capital gain).
A diversa conclusione si giunge, invece, nelle già ricordate ipotesi di
totale esenzione dall’imposta, in cui, come accennato, l’art. 68 Tuir – e
sul punto concorda anche l’Agenzia delle Entrate – consente di assumere
come valore di partenza per il calcolo della plusvalenza quello normale
alla data dell’apertura della successione.
Per i trasferimenti esentati, tuttavia, si pone pur sempre il problema
della verifica della condizione della conservazione della quota per almeno
il quinquennio successivo, dato che, venendo meno tale condizione e
perdendosi così il beneficio dell’agevolazione, il ri-assoggettamento
ad imposta di successione – fatte salve, naturalmente, le franchigie –
imporrebbe anche il ri-calcolo della plusvalenza conseguita nella
successiva cessione da parte dell’erede.
Già queste rapide riflessioni suggeriscono in definitiva (almeno per le
quote di società titolari di farmacie) di valutare con molta attenzione in
sede di successione la convenienza a richiedere l’esenzione in argomento,
perché, quando invece – come negli altri casi – l’acquisizione per
successione della quota sociale è soggetta alla relativa imposta (ferme
sempre le franchigie), la plusvalenza nell’eventuale successiva cessione da
parte dell’erede è calcolata sul valore contabile.
Se la stessa partecipazione sociale fosse invece acquisita per donazione,
rileverebbe come valore di partenza il costo fiscale in capo al donante, e
questo determinerebbe importanti differenze per l’eventuale successivo
prelievo d’imposta sul capital gain.
Un esempio molto vicino a quanto descritto nel quesito potrà meglio
chiarire queste conclusioni.
Poniamo che un padre lasci in eredità ai suoi due figli una partecipazione
del 60% (30% ciascuno) in una snc che gestisce una o più farmacie, per la
quale abbia usufruito – poniamo – anche della rivalutazione con imposta
sostitutiva del 4% (l’ultima versione, che consentiva la rivalutazione al 1
luglio 2011, si è chiusa comunque il 30 giugno scorso) e che, per
semplicità, tale partecipazione costituisca l’unico bene caduto in
successione e non vi siano passività deducibili; poniamo ancora che il
valore della partecipazione ai fini dell’imposta di successione
(corrispondente alla frazione del patrimonio netto contabile della farmacia
in base all’ultimo inventario regolarmente redatto prima della morte) sia
di 100.000 euro; ipotizziamo infine che il valore di ciascuna
partecipazione ceduta, sulla base della rivalutazione effettuata (che
rappresenta il costo fiscalmente riconosciuto in capo al de cuius al
momento della morte), sia di 1.000.000 euro.
In queste condizioni, se uno dei due figli decidesse, dopo la morte del
padre, di rivendere la partecipazione al prezzo di 1.000.000 euro, secondo
l’Agenzia delle entrate, la plusvalenza dovrebbe essere calcolata in base
al valore dichiarato per l’imposta di successione e pertanto sarebbe pari a
(1.000.000-100.000=) 900.000; ipotizzando un’aliquota media dell’imposta
personale del figlio del 40% avremmo che l’imposta scontata da questi sul
capital gain ammonterebbe a: 900.000 x 49,72% x40%=178.992 euro, generando
un prelievo complessivo – tra padre e figlio – di 218.992 euro così
distinto:
Imposta di successione: zero
(per l’operare della franchigia fino ad 1.000.000 euro)
Imposta sostitutiva rivalutazione quote
(4% di 1.000.000 euro): 40.000 euro
Tassazione sul capital gain: 178.992 euro
Totale 218.992 euro
Diversamente, se il padre donasse al figlio la partecipazione rivalutata,
la plusvalenza scaturente dalla successiva cessione sarebbe calcolata sul
costo fiscale del donante (1.000.000 euro) e quindi sarebbe pari a
(1.000.000 -1.000.000=) 0, e in tal caso il carico fiscale complessivo
sulla partecipazione tra padre e figlio ammonterebbe a 40.000 euro, perché:
Imposta di donazione: zero
(grazie alla franchigia fino a 1.000.000 euro)
Imposta sostititutiva: 40.000 euro
Tassazione sul capital gain: zero
Totale 40.000 euro
L’Agenzia nega, come accennato, la possibilità di tassare ai fini della
successione il costo fiscale della partecipazione in capo al de cuius
perché sullo stesso l’imposta si sconterebbe con un’aliquota massima
dell’8% ottenendo, però, in un certo qual senso, il riconoscimento di quel
valore per un’eventuale successiva cessione plusvalente operata dagli
eredi, che sconterebbe un’aliquota mediamente molto più alta.
In conclusione, l’Amministrazione finanziaria, per disincentivare le
operazioni elusive che potrebbero scaturire dal riconoscimento del costo
fiscale della partecipazione in sede di imposta di successione, finisce
con… l’incentivare ancora di più l’elusione, producendo così in definitiva
– considerato che si renderebbe fiscalmente molto più conveniente la
donazione (oltretutto meglio pianificabile) rispetto alla successione – un
indesiderato effetto distorsivo tra i due istituti.
(franco lucidi)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!