Se il “notturnista” dorme in farmacia – QUESITO

In una città di 50.000 abitanti ho ricevuto una visita ispettiva
dell’Ufficio del Lavoro che mi ha contestato che il collaboratore che
effettua il servizio notturno a battenti chiusi e a chiamata, e dormendo
all’interno della farmacia, il giorno successivo al turno notturno ha
lavorato, mentre avrebbe dovuto restare a riposo.

Gli Ispettori mi hanno precisato che se il turno viene effettuato a casa
del collaboratore, allora è di sola reperibilità, e il giorno successivo
può lavorare, ma se viene espletato in farmacia, si può supporre che lavori
anche durante la notte (controllando le ricette, predisponendo gli ordini,
sistemando i farmaci negli scaffali, ecc.) e quindi il giorno successivo
deve riposare.

A me questo sembra illogico, perché, se il collaboratore dormisse a casa
sua, il fastidio per lui sarebbe maggiore, dato che dovrebbe alzarsi,
vestirsi, prendere l’auto, anche in inverno con freddo o pioggia, andare in
farmacia e poi tornare a casa, per poi dopo mezz’ora fare magari la stessa
trafila.

Con il dl. n. 66/2003, il nostro legislatore, costretto ad adeguarsi ad
una direttiva europea, modifica il suo precedente orientamento ed inizia a
considerare come “orario di lavoro” “qualsiasi periodo in cui il lavoratore
sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della
sua attività o delle sue funzioni”.

Come è facile rilevare, si tratta di una formulazione straordinariamente
ampia che impone fatalmente di considerare come effettivo orario di lavoro
svolto qualsiasi periodo di tempo in cui il lavoratore, d’intesa con il
datore di lavoro, sia presente fisicamente sul luogo di lavoro; e questo
sembra proprio il Suo caso, considerato che il collaboratore – per una
ragione o per l’altra – “dorme” in farmacia, ed è per ciò stesso in realtà
a disposizione (dell’impresa) per lo svolgimento, pur se “a chiamata”,
dell’attività di dispensazione del farmaco alla clientela su ricette
urgenti.

In sostanza, la situazione che lei descrive (con un quesito che abbiamo
tentato di riassumere) non è inquadrabile nella reperibilità ma
probabilmente nel vero e proprio servizio notturno, con tutto quello che
può derivarne.

Nonostante quindi la ragionevolezza di quanto Lei afferma (la convenienza
cioè per lo stesso lavoratore di rispondere alle “chiamate” stando in
farmacia piuttosto che stare nel “dormiveglia” nella propria abitazione
attendendo le “chiamate”), soltanto quando ricorra un regime di vera
reperibilità è possibile distinguere il caso di “nessuna chiamata” da
quello di “più chiamate”, perché – come ha precisato la stessa Corte di
Giustizia Europea, (sent. 303/2000) – nella prima evenienza il lavoratore,
non avendo prestato all’interno della fascia oraria di reperibilità
(poniamo dalle ore 22.00 alle ore 08.00) alcuna attività lavorativa,
potrebbe/dovrebbe iniziare normalmente a lavorare all’orario stabilito (ad
es. alle ore 8.30), mentre nella seconda le prescritte 11 ore di riposo
continuate dovrebbero decorrere dall’ultima prestazione compiuta restando
dunque escluse dal computo quelle di riposo già godute nell’arco del
periodo.

Non possono del resto esserLe d’aiuto né l’art. 6 della legge regionale
applicabile alla Sua farmacia, e neppure l’art. 21 del contratto nazionale
delle farmacie che al punto B) recita:  “servizio a porte/battenti chiusi
per tutto il periodo notturno (s’intende, quello prestato tra l’ora di
chiusura serale e l’ora di apertura mattutina della farmacia), con presenza
del personale in farmacia e con l’obbligo di rispondere ad ogni singola
chiamata”.

Il pernottamento, infatti, del collaboratore in farmacia, quale che sia il
numero delle prestazioni svolte nel periodo notturno, configura di per sé –
secondo l’art. 21 e prescindendo dalla prescrizione della legge regionale
(che attiene soprattutto al versante amministrativo e non giuslavoristico)
– l’espletamento di un “servizio notturno”.

Nel servizio prestato “a chiamata” (ovunque pernotti il collaboratore,
purché non in farmacia), invece, non si applica l’art. 21 e resta anche qui
indifferente il ruolo dell’art. 6 della L.R.

Soltanto in tale seconda evenienza, in definitiva, può concepirsi la
decorrenza delle 11 ore continuative dalla chiusura della farmacia ovvero
dall’ultima prestazione eseguita “a chiamata”.

Se pertanto non è realizzabile (anche per ragioni economiche) l’alternativa
di individuare un luogo di pernottamento più vicino alla farmacia, è
opportuno, Suo malgrado, conformarsi ai suggerimenti dei funzionari
dell’ufficio del lavoro, nonostante – ripetiamo – l’indiscutibile buon
senso delle Sue notazioni.

(giorgio bacigalupo)

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