La riforma del lavoro: il contratto a tempo determinato

Come ha voluto precisare il Ministro Fornero (che, come abbiamo visto,
ha passato in rassegna l’intero provvedimento), il contratto a tempo
indeterminato è e resterà nell’ambito del nostro Paese la tipologia
lavorativa “dominante”, pur se nella riforma si è proceduto – per
assicurare una maggiore flessibilità – a disciplinare diversamente anche
il contratto a termine, che è una tipologia molto familiare anche alle
farmacie (perché spesso se ne avvalgono) ed è dunque necessario che
prestino grande attenzione a queste novità.

In particolare, la legge di riforma (l. 28/6/2012 n. 92, entrata in
vigore – è opportuno ricordarlo – il 18 luglio scorso) introduce una
peculiare ed espressa esenzione dell’azienda dal vincolo della causale
(ricordiamo infatti che il contratto a tempo determinato, in via
generale, poteva essere posto validamente in essere solo in presenza di
ragioni di carattere tecnico e/o organizzativo e/o produttivo, oltre che,
ove consentito, per le sostituzioni di altre unità lavorative) quando si
tratti del primo rapporto di lavoro a termine e sia di durata non
superiore a 12 mesi.

A tale nuova tipologia “flessibile” di tempo determinato, tuttavia, non
si può verosimilmente far ricorso quando tra le parti sia già intervenuto
un qualunque rapporto di lavoro, mentre si può pensare che sia invece
utilizzabile in caso di un semplice stage, che è una figura talora
adottata tra la farmacia e un farmacista neoiscritto all’Albo.

In ogni caso, questo specifico rapporto a termine, diciamo, acausale non
può essere oggetto di proroga.

Un’altra modifica riguarda il periodo in cui il contratto a termine può
proseguire (oltre la scadenza prefissata) senza che questo comporti la
sua trasformazione di diritto in tempo indeterminato; il periodo diventa
ora, infatti, di 30 giorni (contro i precedenti 20) per i rapporti fino a
6 mesi e di 50 giorni (contro i precedenti 30) per quelli di durata
superiore.

Resta naturalmente fermo che in caso di prosecuzione del rapporto, il
datore di lavoro ha l’onere di comunicare al Centro per l’impiego
territorialmente competente, entro la scadenza del termine inizialmente
fissato, che il rapporto continuerà oltre la data, precisando anche la
durata della prosecuzione.

Inoltre, per contrastare le continue proroghe dei contratti a tempo
determinato, è stato aumentato il termine entro il quale l’eventuale
secondo contratto comporta la sua trasformazione a tempo indeterminato.

In particolare, quando il lavoratore venga riassunto – sempre a termine –
entro 60 giorni dalla data di scadenza di un precedente contratto con
durata fino a sei mesi, ovvero entro 90 giorni dalla data di scadenza di
un precedente contratto di durata superiore a sei mesi, tale secondo
rapporto diventa appunto automaticamente a tempo indeterminato (pur se la
Confindustria sta proponendo con vigore una serie di modifiche a questa
riforma del lavoro appena varata e tra queste figura anche la riduzione
di tali termini).

Va infine segnalata una disposizione di interpretazione autentica (con
cui il legislatore ha voluto adeguarsi alla sent. n. 303 del 2011 della
Corte Costituzionale e anche a una circolare dell’Inps), contenuta nel
comma 13 dell’art. 1 della legge, secondo cui l’indennità
omnicomprensiva, spettante al lavoratore nel caso di illegittima
apposizione del termine al contratto di lavoro, “ristora per intero il
pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e
contributive relative al periodo compreso fra la scadenza del termine e
la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice abbia ordinato la
ricostituzione del rapporto di lavoro”.

L’indennità viene dunque definitivamente esclusa dalla base imponibile
alla contribuzione Inps, e resta irrisolto il solo problema della
tassazione ad essa applicabile, sembrando indiscutibile la sua
imponibilità fiscale trattandosi di un risarcimento per lucro cessante.
Il dubbio allora è: tassazione ordinaria o separata?

C’è comunque in conclusione, come si vede, una stretta – per molti versi
anche comprensibile – su questa tipologia lavorativa, non di rado
peraltro “abusata”, che costringe sicuramente le imprese ad una
valutazione molto attenta del se e del come farvi ricorso.

(rocco de carlo)

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