Lo spostamento della farmacia sul territorio tra presente e futuro –
QUESITO

La mia è l’unica farmacia di un comune di 2.800 abitanti anche dopo il
provvedimento Monti. Attualmente è però nel centro storico di 900 abitanti
e vorrei spostarla in un altro mio locale ubicato nella frazione posta più
a valle a circa 5 chilometri e che conta quasi 1000 abitanti; vorrei sapere
se l’art. 11 lo consente e se eventualmente, in caso positivo, può essere
istituito un dispensario nel centro storico oppure, nell’ipotesi contraria,
nella frazione.

Il caso che Lei descrive non è stato disciplinato diversamente dal dl.
liberalizzazioni, perché riguarda un semplice trasferimento nell’ambito
della sede di cui – almeno fino ad oggi, come diremo meglio – l’art. 11 non
si è occupato.

Restando quindi dapprima al diritto in questo momento vigente, lo
spostamento della farmacia nella sede è tuttora governato in linea generale
dal principio della libera scelta del titolare circa l’ubicazione
dell’esercizio, salvo l’obbligo di osservare la distanza di 200 metri dalle
altre farmacie (che diventano 3000 quando si tratti di una farmacia
istituita con il criterio topografico e non “riassorbita” per effetto
dell’applicazione del nuovo quorum).

Ferme pertanto queste due condizioni (inerenza della diversa ubicazione
alla circoscrizione di appartenenza e rispetto della distanza), il
titolare di farmacia può trasferire l’esercizio in un qualunque locale
della sede, dato che in astratto – ha ripetuto per anni la giurisprudenza –
tutti i “punti” al suo interno sono parimenti idonei a soddisfare le famose
“esigenze degli abitanti della zona” (che, combinando le due disposizioni
di cui al quarto e al settimo comma dell’art. 1 della l. 475/68,
costituisce lo specifico interesse pubblico di riferimento).

Infatti, è soprattutto in fase di delimitazione e di collocazione sul
territorio delle singole circoscrizioni farmaceutiche, e perciò in sede di
revisione periodica della pianta organica, che la p.a. può/deve intervenire
nella determinazione (e/o variazione nel tempo) dell’area territoriale
relativa a ognuna di esse, e quindi individuare (e/o variare nel tempo) il
bacino di utenza alla cui cura virtualmente la rispettiva farmacia è
deputata.

Senonché, per una farmacia urbana ubicata – poniamo – nel quartiere di una
città, il principio non sembra possa tollerare vere eccezioni, essendo ivi
naturalmente inconfigurabili “esigenze degli abitanti della zona” tali da
costituire un fattore seriamente impeditivo dello spostamento; per dare
un’idea, la farmacia di Piazza San Marco a Venezia potrà indifferentemente
(sempreché i canoni locativi lo permettano…) trasferirsi dai portici del
lato nord a quelli del lato sud o viceversa, esercitando quindi pienamente
la sua libertà di scelta.

Ma quando – come nella situazione descritta nel quesito – la sede
farmaceutica comprenda un’area così vasta ed eterogenea da coincidere
addirittura con l’intero territorio comunale, le cose stanno o possono
stare diversamente, perché siamo in presenza dell’unica sede, e perciò
dell’unica farmacia di un comune dove i centri abitati di un qualche
rilievo sono almeno due (il capoluogo e la frazione in cui si vorrebbe
spostare l’esercizio), che per di più sono di pari consistenza demografica
e distanti tra loro “circa 5 Km”, una distanza non propriamente modesta.

È una fattispecie del resto non infrequente nell’Italia degli oltre 8000
comuni (di cui 2000, se non ricordiamo male, sono mini o micro comuni,
tutti pertanto con una sola sede farmaceutica spesso per giunta eternamente
vacante…) e delle varie strade consolari caratterizzate dall’antico
capoluogo montano o collinare e una o più frazioni a valle via via sempre
più densamente abitate.

In vicende del genere, pertanto, è necessario riconoscere un più ampio
margine di discrezionalità all’agire concreto dell’Amministrazione (che qui
già oggi è generalmente il Comune) chiamata ad autorizzare o negare il
richiesto trasferimento e alla quale va quindi ascritto in tali evenienze
il potere/dovere di valutare se – anche con riguardo all’assistenza
farmaceutica all’intera popolazione comunale – sia meglio (o non
peggio) rispondente che l’unica farmacia sia ubicata in un
centro abitato piuttosto che nell’altro, e perciò se l’interesse pubblico
sia meglio (o non peggio) perseguito lasciando l’esercizio nel vecchio
capoluogo ovvero consentendone il trasferimento nella frazione.

Nella sfera delle valutazioni comunali entreranno dunque, in particolare,
la distanza tra il capoluogo e la frazione e quella rispetto ad essi di
eventuali ulteriori centri abitati, la consistenza demografica (anche
“fluttuante”) degli uni e degli altri, la situazione viaria generale, la
frequenza dei locali servizi pubblici, l’ubicazione degli ambulatori
medici, e così via; ma, qui sta il punto, quando il potere discrezionale
del comune avrà adeguatamente considerato e anche illustrato tutto questo e
quindi anche quel che è meglio e quel che è peggio per le “esigenze
dell’assistenza farmaceutica della zona”, il suo effettivo esercizio – se
non vi si evidenzieranno, anche sul piano motivazionale, strafalcioni sotto
i vari profili del c.d. eccesso di potere – non sarà facilmente sindacabile
neppure per il giudice amministrativo.

Possono forse non sembrare numerose le ipotesi in cui la scelta del
titolare si riveli non coincidente con gli interessi della generalità degli
abitanti del comune (perché egli mira naturalmente a servirne il più alto
numero possibile…), e invece questo può anche accadere, come quando, ad
esempio, la nuova ubicazione si riveli giovevole soprattutto all’utenza di
transito e ai residenti in comuni confinanti e poco o nulla per quelli del
comune di ”appartenenza”.

Insomma, non è scontato che la Sua scelta sia condivisa e la domanda di
trasferimento accolta, pur se, s’intende, non è certo scontato neppure il
contrario.

D’altra parte, sempre de jure condito, non è minimamente praticabile il
rimedio, che Lei vorrebbe proporre, dell’istituzione di un dispensario nel
capoluogo (una volta che sia stato abbandonato dalla farmacia) o nella
frazione (nel caso di rigetto dell’istanza di trasferimento), perché il
dispensario permanente postula – per espresso dettato normativo – una
seconda sede farmaceutica che nel Suo caso non c’è, mentre per quello
stagionale non crediamo sussistano i presupposti.

Siamo infine, come accennato all’inizio, allo ius condendum, perché è
possibile che sia ben presto approvato un ddl. che (oltre ad eliminare il
limite dei 40 anni per la partecipazione al concorso “per la gestione
associata”) dovrebbe per il resto ricalcare fedelmente quell’”emendamento”
da noi esaminato approfonditamente nella Sediva news del 2-3-4 maggio 2012,
cosicché, venendo meno il trasferimento nella sede e quello dalla sede (il
c.d. decentramento), tutte le farmacie – dapprima le vecchie, ma in
prosieguo, sempre ricorrendone le condizioni, anche le nuove, perché si
tratterebbe di norme permanenti – potrebbero spostarsi, previa
autorizzazione del Comune (sentiti, stando al testo del ddl., l’Asl e
l’Ordine dei farmacisti), sull’intero territorio comunale.

E però, pur essendo vero che altro è il trasferimento nella sede come ora è
disciplinato dal 4° comma (e segg.) dell’art. 1 della l. 475/68, e altro
sicuramente è il trasferimento previsto nella disposizione che nel ddl.
intenderebbe sostituire l’intero 4° comma ora citato, per Lei le cose
potrebbero nei fatti non cambiare più di tanto dato che il trasferimento
cui Lei ambisce dovrebbe comunque fare i conti – se non più con le
“vecchie” esigenze dell’”assistenza farmaceutica della zona” – certo con le
“nuove” esigenze di “assicurare un’equa distribuzione sul territorio,
tenendo altresì conto ecc.”, che infatti costituiscono le finalità alle
quali, secondo il testo attuale dell’art. 11 e dello stesso ddl., la p.a.
deve irrinunciabilmente guardare non solo nella collocazione delle farmacie
di nuova istituzione ma anche di quelle precedentemente istituite quando
richiedano lo spostamento appunto sull’intero territorio comunale (per la
migliore analisi di questi postulati fondamentali della “riforma” rinviamo
tuttavia alla citata Sediva news del 2-3-4 maggio 2012).

Dato che la Sua sede già ora coincide evidentemente con l’intero territorio
comunale, infatti, la valutazione di quelle “vecchie” esigenze non sembra
possa discostarsi granché da quella delle “nuove” e quindi forse il Comune
adotterebbe domani un provvedimento non molto diverso da quello che
potrebbe assumere oggi con le norme attualmente vigenti.

In caso di approvazione del ddl., però, probabilmente si materializzerebbe
a Suo favore una diversità per noi di grande rilievo, e sul piano generale
ancor più importante perché servirebbe a mitigare almeno in parte
l’inspiegabile colpo di scure inferto dal dl. liberalizzazioni ai comuni
minori con il loro ingiusto allineamento (specie per il quorum) a quelli
maggiori; la diversità starebbe nella verosimile liberazione del
dispensario dal vincolo della preesistenza della sede, che nel Suo caso ne
permetterebbe infatti – forse senza grandi difficoltà, perché gioverebbe di
gran lunga anche all’interesse pubblico – l’istituzione nel capoluogo o
nella frazione, e naturalmente con l’affidamento in gestione alla Sua
farmacia.

Indubbiamente non è un percorso breve né agevole, ma un futuro migliore – e
segnatamente proprio nelle tante vicende come la Sua – potrebbe anche
essere dietro l’angolo.

(gustavo bacigalupo)

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