Via libera alla ricevuta fiscale per i pranzi di lavoro purché i conti
siano modesti.

Come si ricorderà (v. per tutte: Sediva News del 4 febbraio 2009), dal
1° settembre 2008 è tornata ad essere detraibile l’Iva corrisposta sulle
spese per alberghi e ristoranti quando, secondo i principi generali, queste
siano inerenti all’attività professionale o imprenditoriale esercitata
(come, ad esempio, i pranzi di lavoro sostenuti dal titolare della
farmacia, anche in occasione di trasferte extra-comunali, per mere finalità
lavorative).

Dal 1° gennaio dell’anno successivo, tuttavia, la percentuale di
deducibilità ai fini delle imposte sui redditi è stata ridotta dal 100% al
75% delle spese, tranne che per quelle alberghiero-ristorative sostenute
dai dipendenti e collaboratori nelle trasferte extra-comunali, per le quali
è infatti rimasta la deducibilità nella misura piena.

Ora, specie se il conto espone un importo modesto, la richiesta della
fattura suscita normalmente il fastidio del ristoratore e lunghe attese
alla cassa, senza contare le complicazioni di carattere amministrativo
normalmente connesse alla registrazione della fattura, un’operazione che
richiede una doppia e distinta annotazione di acquisto e di pagamento nelle
scritture contabili.

Cosicché, in casi del genere ragioni di convenienza suggerirebbero di
rinunciare alla detrazione dell’Iva, per la quale è indispensabile
richiedere e registrare la fattura, e farsi rilasciare la (più semplice)
ricevuta fiscale o addirittura lo scontrino; ma, trattandosi di
un’operazione soggetta ad Iva, la possibilità di chiedere in luogo della
fattura un documento, per così dire, più sintetico nel quale l’Iva non è
esposta separatamente ma compresa nell’importo complessivo addebitato, è
riconosciuta solo quando l’imposta sia oggettivamente indetraibile per
effetto di una norma di legge e non già per una scelta di convenienza
operata dal cliente.

L’Amministrazione finanziaria, pronunciatasi sull’argomento, in prima
battuta ha pertanto affermato (Cir. 6/E/2009) che in tali evenienze la
mancata detrazione dell’iva – proprio perché frutto di una scelta
soggettiva e non l’effetto di un divieto legislativo – comporterebbe la non
inerenza di quest’ultima all’attività e, in definitiva, la sua
indeducibilità.

In tal modo, però, le cose, lungi dall’essersi semplificate, si
complicavano non poco, dato che tutto ciò avrebbe evidentemente comportato
defatiganti “riprese a tassazione” nella dichiarazione dei redditi per
importi tutto sommato irrisori.

Proprio in ragione di questo, più recentemente (Cir. 25/E/2010) l’Agenzia
delle Entrate ha ammorbidito la posizione riconoscendo la deducibilità
dell’Iva – detraibile ma non detratta – qualora la scelta si fondi su
valutazioni di convenienza economico–gestionale riconnesse al rilascio
della ricevuta fiscale in luogo della fattura.

Per effetto di tale apertura è possibile ora rinunciare alla fattura e
chiedere in luogo di questa uno scontrino o una ricevuta fiscale (sia pure
– attenzione – integrati ai fini della riferibilità della spesa al suo
effettivo sostenitore con il codice fiscale del cliente), e portare
parimenti in deduzione il suo intero ammontare comprensivo dell’Iva.
Insomma, la semplificazione che ci voleva.

Il problema che resta sul tappeto, perciò, diventa quello di individuare
praticamente un ordine di grandezza, o se si preferisce un limite
oggettivo, entro cui possa essere comunemente riconosciuta la convenienza
economica della scelta di non richiedere la fattura e dunque di portare in
deduzione l’intero importo del conto, comprensivo di Iva, senza incorrere
in censure da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Ebbene, un recente studio del Consiglio Nazionale dei Dottori
Commercialisti ed Esperti contabili individua nell’importo di 33 euro il
punto di “indifferenza” tra la scelta di chiedere o meno la fattura; in
altri termini, fino a che il conto (iva compresa) non supera tale importo,
converrà chiedere la ricevuta fiscale o lo scontrino (intestati), potendo
portare in deduzione anche l’Iva detraibile ma non detratta compresa
nell’importo complessivo del conto, e questo senza “rimbrotti” del Fisco,
come si è detto.

Considerato, infine, che la soglia in questione fa riferimento all’ipotesi
di piena deducibilità della spesa (ammessa, si ribadisce, soltanto per i
pranzi dei dipendenti in trasferta), per le altre spese di ristorazione,
deducibili nel limite del 75% (come il classico pranzo del titolare di
farmacia in trasferta), l’”indifferenza” tra fattura e ricevuta dovrebbe
però tener conto della maggiore tassazione diretta che scaturirebbe dalla
limitata deducibilità della spesa per i pranzi del titolare rispetto a
quella riconosciuta su una spesa di pari importo sostenuta da un dipendente
in trasferta.

In questo caso, insomma, il punto di “indifferenza” dovrebbe collocarsi più
in alto, diciamo tra il valore di 33 e quello di 44 euro, corrispondente,
per l’appunto, ad un importo deducibile di 33 euro (33/75×100=44 euro); lo
studio del Consiglio Nazionale non affronta questo caso, ma a noi pare
ugualmente, sul piano pratico, che fino all’importo di 44 euro la scelta
più utile dovrebbe rivelarsi sempre quella di non chiedere la fattura,
risparmiandoci così anche i rimbrotti del Fisco, e magari anche i
malumori del… ristoratore.

(stefano civitareale)

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