Note sull’art. 11 del dl. “liberalizzazioni” (prima e seconda parte)

Così com’è in questo momento, l’art. 11 non può sicuramente soddisfare, per
le sue tante criticità, gli estimatori di quel che è stato sino a ieri il
nostro sistema farmacia, e ancor meno evidentemente i suoi interpreti e
protagonisti centrali (gli odierni titolari di farmacia), perché ne sta
derivando un quadro normativo che – demolendo alcuni capisaldi di quello
immediatamente previgente (prezzo fisso del farmaco, orari e turni secondo
regole e programmi, farmacie in soprannumero praticamente in ogni dove) e
incidendo profondamente in altri (basti pensare all’unico quorum farmacie-
abitanti così lontano dai due precedenti) – può pregiudicare gravemente la
sopravvivenza degli esercizi “marginali” e persino il servizio farmaceutico
nel suo complesso (per come, se non altro, noi lo conosciamo), degradandone
in ogni caso irrimediabilmente la qualità, pur sinora indiscussa, in
parecchie sue componenti.
Purtroppo, questa maledetta emergenza – spesso pessima consigliera – sta
nei fatti cannibalizzando, frettolosamente e per scossoni, l’intero
settore, impedendone qualunque riordino equilibrato e graduale.
Le rappresentanze sindacali e professionali della categoria hanno però
fatto sentire la loro voce che fortunatamente non sembra sia rimasta
inascoltata, ed è quindi auspicabile che perlomeno alcune istanze siano
raccolte, senza cedere più di tanto al pudore di un sereno ripensamento di
una decretazione d’urgenza che – senza contare i profili di
incostituzionalità che vi si possono riconnettere – rischia di gravare
sulla “tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e
interesse della collettività” molto più di quanto sia in grado
realisticamente di giovare al popolo dei consumatori e perciò anche alla
crescita economica, al cui altare non pensiamo del resto debba
necessariamente essere sacrificato, “a prescindere”, tutto quel che è stato
finora.
In queste ore, comunque, si sta decidendo quel che c’è da decidere, anche
se verosimilmente – sperando che almeno in extremis il buon senso finisca
per prevalere- si farà ricorso al solito maxi emendamento governativo con
tanto di fiducia.
Come dicevamo la volta scorsa, tuttavia, sono numerosi e talora importanti
i dubbi anche interpretativi che di per sé suscita il testo attuale
dell’art. 11, e dunque almeno qualche risposta è necessaria, pur essendo
costretti magari a riparlarne dopo la conversione in legge del
provvedimento (e qualche sfumatura latamente “lobbystica” potrà essere
forse perdonata…).

Il maxi-concorso e i farmacisti soci
D – Io e mia sorella siamo soci di una snc: possiamo partecipare al
concorso straordinario? E per farmacia rurale sussidiata cosa si intende,
forse sotto i 300mila?
R – Può anche non piacere, ma non sembra – stando a quel che oggi stiamo
leggendo – che vi siano preclusioni alla partecipazione anche dei
farmacisti soci al “concorso straordinario per titoli ed esami“; anche
loro, almeno formalmente, sono infatti dei “farmacisti non titolari di
farmacia”, perché sono le società cui partecipano che assumono – in quanto
tali – la titolarità dell’esercizio sociale.
È vero che questa è una conclusione che – se forse non è propriamente
incongrua, come qualcuno sospetta, rispetto all’infelice (nella forma non
meno che nella sostanza) comma 5 dell’art. 11, che per di più è una
disposizione a regime – può invece stridere con la ratio del comma 2, che è
indubbiamente quella di favorire i farmacisti più “svantaggiati”; e però,
ove pure sia necessario precisarlo, le disposizioni restrittive e in deroga
ai principi generali (come questa, che circoscrive la partecipazione alle
sole categorie di farmacisti espressamente ivi menzionate, escludendo
quindi le altre) vanno interpretate altrettanto restrittivamente, e in ogni
caso non certo contro il loro significato letterale.
Del resto, se guardiamo attentamente intorno a noi, non sempre il
farmacista socio è il “dominus” dell’esercizio sociale o per altri versi
seriamente omologabile a un titolare di farmacia, e anzi si tratta talvolta
di figure di rilievo scarso o nullo all’interno della struttura societaria,
se non addirittura di lavoratori subordinati della società di persone (come
può essere, ad esempio, l’accomandante in una sas). E allora, come
distinguere un farmacista socio dall’altro? o, peggio, come escluderli
tutti indiscriminatamente?
Quindi, tornando al quesito, a meno che Lei e Sua sorella non partecipiate
con successo al maxi-concorso “per la gestione associata” di una farmacia
(nel qual caso, non dovrebbe esservi preclusa la costituzione di una
seconda snc tra voi, sia pur regolata – diversamente dall’altra – da quel
bizzarro regime previsto nel ricordato comma 5), l’assunzione della
titolarità in forma individuale da parte di uno di voi impedirebbe al
vincitore la conservazione della qualità di socio nell’attuale snc,
imponendovi sul piano formale (salvi, all’interno di questa fase, opportuni
accordi tra voi e/o l’adozione di misure idonee giuridicamente corrette) lo
scioglimento di quest’ultima e l’assegnazione dell’esercizio sociale
all’altro socio.
Quanto ai “titolari di farmacia rurale sussidiata”, non vediamo quali siano
i Suoi dubbi perché è il riconoscimento o non riconoscimento dell’indennità
di residenza a decidere se quel titolare rurale può o meno partecipare al
“concorso straordinario”.
Invece, i 300mila euro cui Lei accenna attengono soltanto al tema dello
sconto che va praticato al SSN (esattamente, per l’ammissione alla misura
fissa dell’1,5%, l’importo limite – di “fatturato” – è di 387.342,67 euro),
mentre qui non hanno nessun ruolo.

Farmacie nelle stazioni, negli aeroporti, nei centri commerciali, ecc.
D – Come sappiamo, si possono ora istituire ulteriori farmacie:
a) nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti civili, nelle stazioni
marittime e nelle aree di servizio;
b) nei centri commerciali e nelle grandi strutture di vendita con
superficie superiore a 10.000 metri quadrati, purché non sia aperta una
farmacia a una distanza inferiore e 1500 metri.
Vorrei però sapere se i 1500 metri riguardano solo l’apertura di farmacie
del punto b) e non le altre del punto a)?
R – Non possono esservi qui incertezze: i 1500 m. valgono solo per le
farmacie eventualmente istituite nelle strutture commerciali indicate sub
b) dell’art. 3, mentre per quelle aperte nelle aree elencate sub a) vale il
limite dei 200 m.
Potrà perciò essere istituita una farmacia in soprannumero (la cui sede –
se mai una sede verrà configurata anche per questi esercizi – coinciderà
generalmente con l’area della struttura nella quale viene innestata) in un
centro commerciale, o simile, soltanto se la superficie di quest’ultimo (ci
pare che si debba guardare a quella strettamente commerciale, escluse
quindi, ad esempio, le aree esterne destinate al parcheggio delle
autovetture) sia superiore a 10.000 mq. e se – con riguardo a tutta la
linea che marca i confini dell’area appunto commerciale – non risulti già
aperta una farmacia a una distanza inferiore a 1500 m. (e si tratterà
spesso della farmacia nella cui sede ricade attualmente anche la struttura
di vendita).
Lo stesso discorso, e con le stesse precisazioni, va ripetuto per le
farmacie istituite nelle stazioni ferroviarie, ecc., con l’unica diversità
costituita dai 200 m. in luogo dei 1500.

Orari e turni

D – L’art. 11 parla soltanto di “orari diversi” e tace invece sui turni; se
ne può dedurre che la liberalizzazione riguardi soltanto l’orario in
prosecuzione di quello normale di apertura e non, ad esempio, l’apertura
nei giorni festivi, laddove il turno sarebbe comunque assicurato da una
farmacia aperta, appunto, per turno? Se così fosse, però, le parafarmacie
si troverebbero a godere di un regime privilegiato alla faccia della libera
concorrenza.

Mi rendo conto che si rischia diversamente di scadere nella concorrenza
selvaggia e in un regime di perenne apertura, ma a me interessa avere una
corretta interpretazione della legge. A proposito, le ferie obbligatorie
avrebbero ancora un senso?

R – Se prescindiamo da qualche perplessità, cui si è accennato all’inizio,
in ordine alla legittimità costituzionale di una disposizione tanto
preclusiva di qualsiasi intervento del legislatore regionale (non può
peraltro essere questa la sede per un adeguato approfondimento di un
aspetto così delicato), sembrerebbe proprio che la “liberalizzazione” in
materia sia sancita nel comma 6 (che in sole cinque righe riesce
lapidariamente ad abbattere sia il pilastro degli “orari e turni”
programmati, come quello del prezzo fisso del farmaco) in termini assoluti,
senza quindi distinguere tra “orari” e “turni”.

Per la verità, taluni non la pensano così, optando infatti per
un’interpretazione del tipo di quella enunciata nel quesito, ed è il caso,
ad esempio, di qualche Ordine dei farmacisti siciliano, o della stessa
Regione Lazio, che qui arriva addirittura a scrivere, senza mostrare
titubanze, che “l’eventuale aumento delle ore di apertura della farmacia è
consentito esclusivamente nei giorni in cui la struttura è aperta”.

Costoro, chissà, potrebbero avere anche ragione, ma a noi pare che
l’espressione “orari diversi” (che si legge ora nel comma 6) debba invece
essere intesa – come lo stesso suo significato letterale lascia bene
intendere – nel senso che una farmacia, fermo il rispetto dei turni
(festivi, pomeridiani, notturni ed estivi), ha facoltà di tenere aperto
l’esercizio (anche) in qualsiasi orario diverso da quello di apertura
obbligatoria per turno, e quindi non soltanto dalle ore 00 alle ore 24 di
tutti i giorni della settimana da lunedì a venerdì, ma anche dalle ore 00
alle ore 24 del sabato, della domenica, dei giorni festivi infrasettimanali
e di quelli di “ferie”, perché per quella farmacia – ove non tenuta ad
osservare l’apertura per turno – anch’essi si rivelerebbero “orari diversi
da quelli obbligatori”.

Certo, sarebbe stato e sarebbe forse preferibile ispirarsi nella sostanza,
tanto per richiamare dei casi concreti, alle scelte (seppur rivedute e/o
corrette più volte) della Campania o anche di Roma Capitale, che potrebbero
rivelarsi soluzioni prive di grandi sussulti e perciò – specie in questa
prima fase – meglio praticabili.

Ma se qui la “liberalizzazione” sarà davvero assoluta, sarebbe forse
opportuno che le farmacie, piuttosto che lanciarsi a capofitto (come Lei
stesso paventa) in una “concorrenza selvaggia e in un regime di perenne
apertura”, facciano almeno precedere i propri comportamenti – quando
naturalmente questo non sia nei fatti già previsto dalle norme regionali –
da una preventiva e formale acquisizione dei “desiderata” individuali (da
rendere, s’intende, vincolanti), in modo che Asl, Ordini e Associazioni
possano convenientemente disciplinare sul territorio il servizio dalle ore
00 alle ore 24 di tutti i giorni dell’anno. Di modelli organizzativi di
questo tipo, efficienti anche sul piano giuridico, la categoria può
escogitarne più di uno.

60 anni: età infausta!

D – In questi giorni tutti dicono di difendere le farmacie rurali, ma non i
farmacisti rurali, tanto è vero che nel previsto concorsone che si dovrebbe
bandire quelli che saranno più penalizzati saranno i farmacisti che
avranno compiuto i sessant’anni, cioè coloro che più hanno dato alla
farmacia italiana. Insomma a 60 anni si è troppo giovani per andare in
pensione (v. riforma Monti per le pensioni), ma troppo vecchi per
partecipare ad un concorso!!!

R – Il Suo è uno sfogo pienamente comprensibile e non fanno una grinza
neppure le considerazioni sul mancato adeguamento – all’ormai codificato
spostamento ben oltre i 60 anni dell’età pensionabile – anche del tetto
anagrafico per la partecipazione ai concorsi per sedi farmaceutiche.

Se il limite non verrà elevato (a 65 anni, ad esempio), agli
ultrasessantenni – che siano “titolari di farmacia rurale sussidiata” o,
semplicemente, “farmacisti non titolari” – è quindi preclusa anche la
partecipazione a questo “concorso straordinario per titoli ed esami” (o,
solo per titoli?).

Ancora sul quorum farmacie-abitanti

D – La clausola di una farmacia ogni 3000 abitanti vale solo per i comuni
con più di 25000 abitanti?

R – Ben diversamente, il rapporto limite (se in sede di conversione del dl.
il legislatore non si ravvederà…) scende, per tutti i comuni, a 3000
abitanti, mentre il discrimine dei 9000 abitanti è richiamato nell’art. 11
soltanto ai fini del diverso criterio di utilizzabilità dei “resti” (una
farmacia in più ove i “resti” siano superiori a 500 abitanti nei comuni con
oltre 9000 abitanti, e una farmacia in più ove i “resti” siano superiori a
1500 nei comuni fino a 9000 abitanti).

Invece, lo spartiacque dei 25000 abitanti da Lei ricordato fu introdotto
per la prima volta dalla l. 475/68 per poi essere però abbassato a 12500
dalla l. 362/91, ma, come detto, in fase di applicazione del criterio
demografico ogni distinzione tra comuni “maggiori” e comuni “minori” – a
parte i “resti” – è venuta meno (ne parliamo meglio nella Sediva news del
3/2/2012).

Gli sconti sui farmaci e la “guerra tra poveri”

D – Chi sarebbero i poveri? I farmacisti?

R – Lei chiede, con accenti sarcastici francamente poco comprensibili, chi
siano quei “poveri” citati nel quesito di un titolare di farmacia cui
abbiamo risposto nella Sediva news del 9/1/2012.

In realtà, quel Suo collega parlava di una “guerra tra poveri”, e però non
ci pare affatto che l’espressione – ancor più se si tiene conto del
contesto in cui era inserita – sia infelice o campata in aria.

È chiaro, infatti, che – preoccupato per l’art. 32 del “SalvaItalia”, e
senza ancora conoscere l’ancor più inquietante art. 11 del “CresciItalia” –
egli si prefigurava uno scenario di sconti a man salva, ed è appunto in
questo senso che evocava una “guerra tra poveri” (che erano bensì i
titolari di farmacia, ma evidentemente così definiti solo per lo
sconvolgimento derivante dal complesso delle disposizioni dei due
provvedimenti e non certo per una loro discesa sotto la soglia di
povertà…).

Proprio con l’art. 11, comunque, quello scenario si è alfine
materializzato, perché ora la farmacia – in virtù del disposto di cui al
comma 6 – sarebbe facoltizzata a praticare liberamente sconti “sui prezzi
di tutti i tipi di farmaci ecc.”, e quindi su Sop, Otc, intera fascia C,
intera fascia A, stupefacenti, come pure (per rispondere anche ai quesiti
riguardanti questo aspetto specifico) sulle preparazioni magistrali dato
che, pur non tenendo conto dell’abrogazione generale e senza eccezioni
delle tariffe professionali, anch’esse sono evidentemente farmaci e non c’è
ragione per sottrarre al nuovo regime i galenici e neppure, quando spetti,
il diritto addizionale notturno (o, posto che sia sopravvissuto, quello
diurno) previsto dalla Tariffa nazionale dei medicinali.

Se, pertanto, i titolari di farmacia non riusciranno a individuare scelte
condivise ispirate al miglior equilibrio anche sul piano dei prezzi
praticati al pubblico, i rischi di quella “guerra” – che sarebbe tuttavia
augurabile resti quantomeno, come è stato sino ad oggi, circoscritta (se
non cadrà addirittura l’intero comma 6) alla fascia comune a farmacie e
parafarmacie – potranno diventare concreti.

(gustavo bacigalupo)

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