Comuni maggiori e comuni minori nell’art. 11 del dl liberalizzazioni –
QUESITO

Vorrei sapere se l’art. 11 del decreto legge sulle liberalizzazioni ha in
realtà ridotto da 12500 a 9000 abitanti la distinzione tra comuni sinora
prevista.

L’art. 11 solleva questioni interpretative e problemi di ogni genere, che i
farmacisti si stanno ponendo con comprensibile preoccupazione in questi
giorni e su cui torneremo in prosieguo, specie dopo la conversione in legge
del provvedimento.

Ma perlomeno il dubbio proposto dal quesito crediamo possa senz’altro
essere sciolto immediatamente.

Dunque, trascurando il ben noto discrimine di 5000 abitanti per la
configurabilità della farmacia rurale, in pratica sempre presente nella
nostra legislazione, una distinzione – sia pur soltanto in sede di
applicazione del criterio demografico – tra comuni “minori”, quelli “con
popolazione fino a 25000 abitanti”, e comuni “maggiori” la vediamo per la
prima volta nella l. 2/4/68 n. 475, che prevede, rispettivamente, il quorum
di 5000 e quello di 4000.

Anche nella l. 8/11/91 n. 362 un discrimine è presente, ma anche ai fini
dell’utilizzo di questi stessi due diversi rapporti limite farmacie-
abitanti la linea di confine si abbassa da 25000 a 12500 abitanti, e
inoltre vi si circoscrivono ai soli comuni “minori” sia l’area operativa
del criterio topografico, sia l’istituibilità (in via alternativa, ma non
esclusiva, alla farmacia succursale) del dispensario stagionale, presidio
farmaceutico secondario concepito ex novo proprio dalla legge di riordino.

Oggi, invece, come abbiamo visto, l’art. 11 del dl. “liberalizzazioni”
allinea perfettamente tra loro – quanto al rapporto limite – tutti i
comuni, quale che sia la consistenza della popolazione, perché il quorum
applicativo del criterio demografico scende tout court a 3000 abitanti,
ma l’utilizzo dei “resti” rispetto a questo nuovo unico “parametro” è
disciplinato diversamente per i comuni “fino a 9000 abitanti” e per gli
altri comuni, dato che per i primi “l’ulteriore farmacia può essere
autorizzata“ soltanto quando la “popolazione eccedente“ sia superiore a
1500 abitanti, mentre per i secondi ne bastano ora 501.

Per tale specifico aspetto dei “resti”, a parte la diversità dei numeri,
viene quindi pressochè riesumato – dal punto di vista della ratio della
scelta – il criterio optato dalla l. 475/68 (anche qui, infatti, per i
comuni “minori” è richiesta un’ “eccedenza “ superiore alla metà del
quorum di 5.000, mentre per i “maggiori” è sufficiente il “resto” di un
solo abitante), e si abbandona invece quello della l. 362/91 per la quale,
tanto per i comuni fino a 12.500 abitanti, come per gli altri, era
comunque necessaria una “popolazione eccedente… pari ad almeno il 50%” dei
rispettivi rapporti farmacie-abitanti di 5000 e 4000.

E’ però soltanto sotto questo profilo (che pure in qualche fattispecie
concreta può assumere un rilievo importante) che il confine demografico
tra comuni “maggiori” e “minori” può ritenersi ulteriormente sceso a 9.000
abitanti, e sembra invece indubitabile che persista quello di 12.500
abitanti sia per l’applicazione del criterio topografico (che non può
certo ritenersi caducato per effetto della drastica riduzione del quorum
demografico), quanto per l’istituzione di un dispensario stagionale,
perché notoriamente lo jus superveniens abroga – quando, s’intende, non
provveda altrimenti espressamente – solo le norme previgenti che con esso
si rivelino incompatibili. Un’incompatibilità che tuttavia – se non altro
per la non equivoca diversità dei rispettivi ambiti applicativi – non
pare almeno in questo caso minimamente configurabile.

Anzi, al numero 12.500 fa riferimento anche il comma 1 dell’art. 32 del
d.l. SalvaItalia, quando estende alle parafarmacie la facoltà di vendere
i farmaci di fascia C che scaturiranno dalla “esegesi” scientifica di
Min. Salute e AIFA, circoscrivendola soltanto a quelle “che ricadono nel
territorio di comuni aventi popolazione a 12.500 abitanti”; è vero che il
SalvaItalia è anche formalmente previgente rispetto al d.l.
liberalizzazioni (e che magari, a tempi rovesciati tra i due
provvedimenti, l’art. 32 si sarebbe forse omologato ai 9.000 abitanti), e
però non si vedono neppure qui profili di contrasto che ci possano far
seriamente dubitare circa il persistere nel sistema del limite di 12.500
abitanti e dunque – se non accadrà null’altro sul versante di questa
incessante decretazione d’urgenza – della convivenza, pur se a fini
diversi, delle due linee di demarcazione demografica.

I 9.000 abitanti, insomma, ci pare debbano senz’altro valere per la sola
questione dei “resti” alla quale l’art. 11 si riferisce del resto
espressamente, e che invece, per tutte le altre vicende cui si è fatto
cenno, sia necessario aver riguardo al limite più elevato di 12.500.

(gustavo bacigalupo)

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