Sediva News del 26 settembre
2011

Le farmacie non convenzionate e la crescita economica – QUESITO

Abbiamo saputo del blitz a favore delle parafarmacie, ma si sente parlare
di nuovi tentativi che possono esporre a un forte rischio le norme vigenti.

Come era comprensibile, alcuni di quegli emendamenti introdotti nottetempo
– ma del tutto infruttuosamente – nel maxi emendamento governativo
all’imponente manovra economica (entrata poi in vigore lo scorso 17
settembre) ha suscitato qualche preoccupazione sulla sorte dell’attuale
nostro sistema farmacia.

Inoltre, non si è trattato affatto di tentativi espressi soltanto in due o
tre righe, ma, in qualche caso, di complessi bene articolati di
disposizioni (sulle quali non sarebbe comunque di grande utilità
intrattenersi ora nel dettaglio, perché si potrebbe parlare del nulla)
dirette non tanto a una dirompente e maldestra “sanatoria” della
parafarmacie (che pure sarà probabilmente uno degli obiettivi “pratici”
sottesi all’emendamento, e in questo senso quegli ipotetici 300 mila euro
per ciascuna “sanatoria” svilirebbero non poco l’intera vicenda…), quanto
piuttosto ad una parziale o integrale liberalizzazione della “farmacia non
convenzionata”, fermo il contingentamento – secondo le regole vigenti che
conosciamo – della “farmacia convenzionata”.

Ma il sospetto che il tentativo – subito meritoriamente frustrato anche
dalle rappresentanze sindacali e professionali della categoria – possa
essere ben presto reiterato, in queste come in altre forme, non è
propriamente peregrino.

E quel che forse può più impensierire, proprio da tale punto di vista, è
l’atmosfera che in questi giorni sta accompagnando le riflessioni del
nostro Esecutivo (e quindi, visti i tempi che corrono, del nostro
Legislatore) su quel che si potrà/dovrà fare – a margine, e non solo, della
maxi manovra – a favore della crescita economica (ne abbiamo parlato anche
nella Sediva news del 28/07/2011), oggettivamente bisognosa di
provvedimenti di rilancio in ogni caso necessari per fronteggiare l’attuale
stagnazione, che ormai è tale da contenere in sé il rischio di fenomeni
recessivi se non addirittura deflattivi (lo stesso recentissimo
“declassamento” dell’Italia e di alcuni nostri istituti bancari, da parte
di un’Agenzia di rating Usa, deriva anche dalle grandi difficoltà che al
riguardo accusa ormai da tempo il nostro Paese).

Per di più, in questo stesso senso si erano mosse anche le osservazioni
della UE, che non aveva infatti mancato di rilevare la carenza – nelle
nostre manovre economiche – di serie misure idonee allo scopo, lamentando
inoltre espressamente, tra l’altro, anche l’assenza di una vera misura di
liberalizzazione dei servizi e delle professioni, e senza distinguere tra
settori protetti e meno protetti o considerare alcuni interessi “più
primari” di altri (che sono vicende generalmente rimesse alle scelte del
legislatore del singolo Stato membro).

Come si vede, il tema attiene soprattutto alla politica, economica e non, e
il giurista può soltanto limitarsi a qualche notazione più che altro
descrittiva.

La crescita economica, dunque, può notoriamente essere favorita in mille
modi, e particolarmente – questo è indubitabile – con interventi che, da un
lato, favoriscano le imprese e i loro investimenti (si pensi ai vari “bonus
sud” o “Tremonti-ter”, e alle altre misure congeneri già attuate o in
gestazione, o anche alla “libertà d’impresa” affermata e regolata nei suoi
principi portanti dai commi 6 e segg. dell’art. 3 della manovra) e,
dall’altro, permettano al consumatore di disporre di più ampie risorse da
destinare a maggiori consumi (con il verosimile effetto-volano che
conosciamo), come avverrebbe se, ad esempio, egli fosse messo nelle
condizioni di beneficiare di sconti contributivi e/o fiscali formalmente
riconosciuti al datore di lavoro, ma da “girare” in busta paga al
lavoratore (detto per inciso, questa è una misura, incidente anche sul c.d.
cuneo fiscale, che potrebbe rivelarsi non soltanto teorica, specie se
l’Inps fosse una volta per tutte sgravato di qualsiasi onere inerente alle
pensioni di anzianità…).

Può però contribuire senz’altro allo sviluppo economico – come sostengono
con vigore i fautori delle liberalizzazioni “senza se e senza ma”, e come
in ogni caso recepisce senza incertezze la maxi manovra – anche una
massiccia concorrenza ad amplissimo spettro in grado ragionevolmente di
generare una riduzione diffusa di prezzi e tariffe, e che pertanto investa
anche indifferentemente tutte le professioni (se infatti, poniamo, il
numero dei notai da “chiuso” – ora sono 4.000 – diventasse “aperto”, i loro
onorari, svincolati fatalmente anche dai “minimi” di oggi, renderebbe meno
onerose e più accessibili agli utenti le loro prestazioni, parecchie, per
di più, ineludibili per legge), come pure tutti i comparti del dettaglio.

Quanto alle farmacie, quindi, una loro più o meno estesa “liberalizzazione”
non tanto contribuirebbe ad affermare anche nel settore il “diritto di
stabilimento” (in questo caso, dei farmacisti), sacrificato – ma del tutto
“giustificatamente”, secondo il vocabolario di norme e sentenze comunitarie
– da un assetto imperniato su un numero programmato di esercizi, o ad
irrobustire, specie in prima battuta, l’offerta di farmaci (pur se in
realtà non ci pare che ci sia qualcuno che richieda seriamente l’apertura
di una farmacia sotto ogni abitazione…), ma parteciperebbe piuttosto
anch’essa all’irrinunciabile rilancio dei consumi, nel senso però,
beninteso, non già di incentivare il prelievo in farmacia di più medicinali
(che nessuno, del resto, si è mai sognato di invocare), ma di facilitare al
consumatore, appunto per effetto di una contrazione generalizzata del loro
prezzo al pubblico, l’acquisto di quelli che gli necessitano.

Dunque, eccoci al punto, perché alla “liberalizzazione” delle farmacie (sia
pure delle sole “non convenzionate”) possa conseguire anche e soprattutto
un tale risultato (perché è di questo che stiamo parlando), si rivelerebbe
sciaguratamente imprescindibile che il decreto Storace e il decreto-Bersani
(tanto per intenderci) fossero estesi puramente e semplicemente a tutti i
farmaci, compresi gli “etici”, pur se per la verità il precedente di sop e
otc pare aver giovato poco o nulla in questa direzione, come illustra
anche, a parte qualche rilievo statistico di incerta attendibilità, il
recente fenomeno-parafarmacia.

Saremmo insomma costretti ad assistere alla demolizione in un colpo solo
di due pilastri del nostro sistema (contingentamento degli esercizi e
prezzo fisso del farmaco “etico”) e quindi all‘abiura inopinata e violenta
dei principi guida di Giolitti e dei suoi continuatori, con buona pace
della migliore qualità dell’assistenza farmaceutica, sacrificata perciò
(volendo ancora una volta non tener conto dei numerosi quanto robusti
interessi “secondari” sottostanti a questa ipotetica “scelta” del nostro
legislatore) sull’altare della crescita economica.

Per fortuna o per altro, tuttavia, che debba essere proprio così non è
scritto ancora da nessuna parte, e anzi – se guardiamo al disposto sub a)
del comma 5 dell’art. 3 della manovra sul libero accesso alle professioni e
a quelli sub a) del comma 9 e del comma 11 dello stesso articolo sul libero
accesso alle attività economiche – il nostro “Governo/Legislatore” sembra
pensarla tuttora ben diversamente.

Il fatto è che, in assenza di una qualunque norma costituzionale di
autentica protezione di questo sistema farmacia (e qui i precedenti della
Corte non possono certo essere di qualche aiuto), neppure la migliore e
ortodossa interpretazione di quella complessa e articolatissima
disposizione della maxi manovra (redatta, come noto, frettolosamente e
quindi talora oscura, imprecisa o lacunosa) può far ritenere la farmacia
italiana veramente al riparo da misure anche dirompenti, perché il
legislatore ordinario (id est, l’Esecutivo) si appresta – astrettovi da
tutto quel che si è accennato e dalla crisi tremenda di buona parte del
mondo – ad adottare un diluvio di provvedimenti, che vanno da norme
delegate e disposizioni regolamentari su parecchi versanti, a un secondo
“decreto sviluppo”, a una quasi inevitabile manovra economica ter, e così
via, nei quali quindi, tenuto anche conto dei gravi problemi in seno alla
maggioranza parlamentare, non sarà facilissimo resistere alle tante forme
di pressioni, talora francamente enfatiche, derivanti da ogni parte e
soprattutto sul fronte interno (dove, non va dimenticato, l’Antitrust –
cui, per di più, il citato comma 11 assegna importanti ruoli consultivi –
invoca da tempo provvedimenti di riforma del settore indirizzati come
sappiamo).

Le Commissioni parlamentari ci pare però stiano accelerando l’esame del
benedetto riordino del servizio farmaceutico, e quindi auspicabilmente può
e deve essere questa la sede per una ordinata e coerente – ma,
evidentemente, quanto più possibile rapida – revisione delle norme in atto,
tanto più che al centro della verifica c’è proprio il ddl.
Gasparri/Tomassini che potrebbe di per sé fornire buone indicazioni quasi
in tutte le direzioni cui i vari gruppi e sottogruppi di pressione
vorrebbero oggi spingere la riforma del sistema.

Da quel che leggiamo, del resto, i farmacisti sembrano avere idee piuttosto
chiare sui punti di forza dell’assetto vigente e su quelli di debolezza
delle varie istanze demolitrici (lineare e al tempo stesso convincente, ad
esempio, ci è parso “Il Punto” del n. 31 di Farma7, argutamente intitolato
“Vietati gli sconti sui libri, con quale logica proporli sui farmaci”), ma,
se nei tempi regolamentari la partita si è chiusa senza sconfitte, in
quelli supplementari qualche ribaltamento è purtroppo ancora possibile.

(gustavo bacigalupo)

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