Sediva News del 28 luglio 2011

Dal Consiglio di Stato nuove ombre (o nuove luci?) sul nostro diritto
farmaceutico

Niente male come ultima news di “stagione”, ma il periodo di sospensione
estiva di questa Rubrica potrà forse rivelarsi utile, almeno ai più curiosi
e agli appassionati della materia (e tra loro più di qualcuno è
farmacista), per qualche più accurata riflessione sul tema –
importantissimo per il nostro settore – dei rapporti tra legislazione
statale e legislazione regionale.
Qualche tempo fa (v. Sediva news del 1° agosto 2008), commentando anche la
l.r. Puglia n. 19 del 2/7/08 (poi, come si ricorderà, dichiarata in parte
qua incostituzionale dalla Consulta), avvertivamo che avremmo dovuto presto
fare i conti con assetti normativi diversi da regione a regione anche se
con riguardo, evidentemente, alle sole disposizioni di dettaglio,
aggiungendo tuttavia che convivere con queste diversità avrebbe anche
potuto non rivelarsi una sciagura, perché in fondo delle buone leggi
regionali possono – pur nel rispetto delle competenze – adattare
convenientemente al “territorio” i principi fondamentali della legislazione
farmaceutica statale, con giovamento per gli interessi pubblici e senza
particolari compressioni per quelli privati.
Ma, concludevamo, “il vero problema è appunto quello dei confini tra le
norme di dettaglio e quei principi, che infatti (come conferma peraltro
anche questa legge pugliese) appaiono tutt’altro che univoci, e
l’incertezza rende notoriamente tutto più difficile e perciò anche il
lavoro dei legislatori più illuminati (se di questi tempi ve n’è uno…)”.
Ebbene, proprio il Consiglio di Stato – che pure, dopo aver costruito per
oltre un secolo un buon diritto amministrativo, sembra per la verità aver
perduto negli ultimi 15 o 20 anni almeno un po’ della sua grande
autorevolezza e del suo antico smalto (si pensi, per restare al comparto
che ci interessa, alla quasi illeggibile ordinanza di rinvio alla Corte
europea di giustizia riguardante l’art. 104 TU, poi “giustiziata” in
Europa, o all’incomprensibile sentenza sul criterio della distanza come
cosa diversa dal criterio topografico, che ha purtroppo raccolto un seguito
del tutto acritico da parte dei Tar, alcuni dei quali invece davvero
autorevoli non sono stati mai, e più recentemente del CGARS, o anche alle
varie decisioni tra loro non facilmente omologabili sul trasferimento della
farmacia all’interno della sede) – potrebbe ora aver indicato un plausibile
criterio di tracciatura dei limiti della potestà legislativa concorrente
delle regioni, che, oltre al merito non disprezzabile (almeno sul piano
astratto) della chiarezza, avrebbe quello non meno significativo (almeno
sul piano pragmatico) di individuare a favore del legislatore regionale (se
non vogliamo impedire a quest’ultimo un qualunque vero esercizio di quella
potestà) un’area di intervento di dimensioni ragionevoli e forse in grado
di adeguare convenientemente (nel quadro, beninteso, di presupposti da
fissare e applicare con rigore non meno adeguato) la normazione statale
alle esigenze più strettamente connesse al “territorio”.
Stiamo parlando di una decisione del CdS di qualche giorno fa (Sez. III,
12/7/2011, n. 4170), che, esaminando tre appelli (riuniti) avverso
altrettante decisioni del Tar Toscana riguardanti le proiezioni e
attestandosi sulle tesi ancor meglio sviluppate dal primo giudice (che
allora raccolsero critiche da tutti gli osservatori, ma che, rilette oggi,
potrebbero invece forse rivelarsi non affatto campate in aria, a parte
alcuni passaggi poco accorti che vi figurano), respinge le proposte
eccezioni di illegittimità costituzionale perché manifestamente infondate
(non sorprenda quel manifestamente, perché è un passaggio ineludibile per
il giudice quando egli non ritenga di sottoporre alla Corte una questione
di costituzionalità), ritenendo infatti le norme toscane (e, segnatamente,
l’art. 17 della l.r. n. 16/2000, istitutivo della proiezione) non in
contrasto con gli artt. 3, 32, 41 e 117 della Cost. (e quindi, in
particolare, con principi fondamentali stabiliti da leggi dello Stato) e
nel contempo anche non irragionevoli (questa tecnica di vocabolario della
doppia negazione era qui anch’essa necessaria perché è quella di cui spesso
si avvale la Corte Costituzionale quando scrutina positivamente una norma
di legge).
Rileva in sostanza il CdS, considerando per ciò stesso inconferente
qualsiasi richiamo alla sentenza della Corte sulla legge pugliese (n. 295
del 2009), che la proiezione non è una farmacia, essendo “obiettivamente
diversi i presupposti che giustificano la istituzione di una proiezione
(rispetto alla apertura di una nuova farmacia)”, dato che “la proiezione
presuppone la impossibilità di colmare le lacune del servizio farmaceutico
mediante gli strumenti apprestati dalla normativa statale, laddove non
possa farsi luogo per effetto del criterio demografico sancito dalla legge
statale alla apertura di una nuova farmacia”. L’istituto, pertanto, non
genera “un aumento delle sedi farmaceutiche, essendo invece diretto a
migliorare la organizzazione del servizio all’interno della stessa sede
farmaceutica per garantire una più ampia e razionale assistenza alla
popolazione di detta sede” .
E quel che pare aver definitivamente persuaso sia il CdS che il Tar Toscana
del fondamento di tale assunto – anche se questo può essere per alcuni
versi sorprendente, perché la proiezione nasce come un dichiarato “presidio
farmaceutico sussidiario della farmacia” e perciò già nella legge toscana
non è una farmacia – è il nuovo testo del secondo comma dell’art. 17 della
l.r. 16/2000 introdotto dalla l.r. 75/2009 (ennesimo, e ultimo in ordine
cronologico, rimaneggiamento dell’originario art. 17), che ora condiziona
testualmente l’istituzione della proiezione anche all’assenza dei
“requisiti per aprire una farmacia ai sensi della normativa statale”.
Ma, andando oltre, il CdS – nel tentativo di corroborare ulteriormente il
rigetto delle eccezioni d’incostituzionalità – scivola nel richiamo non
felicissimo di un’altra precedente affermazione della Corte (“non appare
manifestamente irragionevole la scelta di subordinare l’apertura di
farmacie, in deroga al criterio demografico, all’accertamento di alcune
condizioni topografiche e di viabilità che …rendano difficile o limitino
l’accesso delle popolazioni interessate alle sedi farmaceutiche già
operanti”: dec. n. 76 del 2008), che era però servita alla Consulta
soltanto per spiegare la legittimità costituzionale dell’art. 104 TU.San.,
e perciò del criterio topografico ivi previsto, con il quale tuttavia –
come con il criterio demografico – si istituiscono solo farmacie, e non un
qualunque altro o diverso presidio farmaceutico.
Semmai, quindi, il riferito pensiero del Consiglio di Stato (e del Tar,
incappato praticamente nello stesso errore) sulle proiezioni andrebbe così
rettificato: “… laddove non possa farsi luogo per effetto del criterio
demografico o del criterio topografico sanciti dalla legge statale alla
apertura di una nuova farmacia”, che poi, se non sbagliamo, è proprio quel
che ha inteso dire la l.r. n. 75/09 subordinando in modo espresso, come si
è visto, l’istituzione della proiezione all’assenza dei “requisiti per
aprire una farmacia ai sensi della normativa statale”, dove “normativa
statale” dovrebbe perciò includere ambedue i criteri (oltre,
ragionevolmente, a quello urbanistico di cui agli artt. 5 della l. 362/91 e
1 del Dpr 1275/71).
Anzi, considerati tutti i suoi presupposti di attivazione (uno dei quali,
all’interno del secondo comma dell’art. 17, evoca la “presenza di
particolari condizioni topografiche e di viabilità”) la proiezione non
parrebbe affatto un “correttivo al criterio demografico” (come afferma il
Tar), ma al più di quello topografico, di cui il criterio istitutivo della
proiezione sembra addirittura una non meglio identificata “subspecie”…;
senonchè, per il quinto comma dello stesso art. 17 della l.r. 16/2000, “nel
caso in cui la procedura di cui al presente articolo non abbia dato esito
positivo” (e quindi nessun titolare di farmacia della zona abbia accettato
la “proposta” del sindaco di apertura della proiezione) si dà corso – a
seguito di altra “proposta” del sindaco, ma in sede di revisione della p.o.
– all’”istituzione di una nuova sede farmaceutica nel territorio del comune
anche in deroga” sia al criterio demografico che a quello topografico.
Ma, così congegnata, questa è una disposizione indubbiamente
incostituzionale, perché il contingentamento delle farmacie è articolato
nel nostro sistema sul criterio ordinario della popolazione e, come unica
deroga, su quello della distanza, e i due criteri – considerati
unitariamente (e integrati da quello urbanistico) – costituiscono un sicuro
principio fondamentale (di gran lunga il più elevato di rango) della legge
statale, talché non possono ammettersi da parte del legislatore regionale
né ulteriori deroghe al primo, ma neppure deroghe (o anche semplici
“correttivi”) a quell’unica deroga, come invece
esplicitamente è quella introdotta dal quinto comma dell’art. 17 .
Tale principio fondamentale, sul quale si impernia da un secolo l’intera
struttura del nostro ordinamento di matrice giolittiana, riguarda però
appunto, al pari di altri principi statali meno imponenti, le sole farmacie
e non anche, almeno in via immediata, i presidi secondari “nazionali” che
notoriamente sono soltanto il dispensario farmaceutico (ordinario e
stagionale ex art. 6 l. 362/91) e la farmacia succursale (anche se su
quest’ultima, forse distratto da “farmacia”, il Tar sembra avere
un’opinione diversa); quindi si potrebbe credere – come crede il CdS
partendo proprio dalla premessa non discutibile che la proiezione non è una
farmacia – che vi sia spazio per l’istituzione sul territorio regionale di
altri e diversi presidi, come è il dispensario “abruzzese” (quando le
relative norme istitutive potranno trovare concreta applicazione), il
presidio farmaceutico d’emergenza “siciliano”, o, infine, la proiezione
“toscana”.
Certo, l’altro corno del dilemma è decisamente “tranchant”, perché induce
fatalmente a concludere che alle regioni – anche con riguardo ai presidi
secondari – sia invece consentito intervenire soltanto con disposizioni di
dettaglio, e pertanto solo in ordine ai due presidi “nazionali”, e che
quindi sia loro interdetto incidere sui principi cardine che li
disciplinano ma ancor più, come è ovvio, istituirne dei nuovi; in questo
senso, sarebbe allora per buona parte costituzionalmente legittimo,
poniamo, l’art. 17-ter della l.r. Toscana 16/2000 (che disciplina la sorte
dei dispensari “statali” già istituiti), ma non lo sarebbero né tutte le
disposizioni sulle proiezioni, né l’art. 1 della l.r. Abruzzo n. 20/2010
sul dispensario (perché restituisce in pratica quest’ultimo alla disciplina
anteriore alla l. 362/91, rivelandosi perciò una disposizione non di mero
dettaglio) e neppure l’art. 33 della l.r. Sicilia n. 4/2003 sul p.f.e. (che
è un presidio pressoché nuovo di zecca come la proiezione).
Il nostro Governo, ad esempio, non si è però per nulla scomodato per le
norme abruzzesi e siciliane, proponendo infine una pigra, tardiva e
parziale impugnativa soltanto dell’ultima legge toscana sulle proiezioni;
il che naturalmente non significa più di tanto, ma può dare l’idea di come
sia aggrovigliata la vicenda e dunque di quanto sia irrinunciabile – se la
tanto invocata “certezza del diritto” non è semplice astrazione – scovare
anche nelle pieghe più recondite del sistema un criterio, perfettibile fin
che si voglia, in condizione di segnare una linea di demarcazione univoca,
almeno nei principi informatori, tra le due sfere di competenza.
Crediamo che anche chi, come noi, è un fermo sostenitore sul versante
tecnico-giuridico del sistema attuale e della sua buona rispondenza ai
principi costituzionali (le norme comunitarie qui non interessano), ma che,
come noi, ritiene anche che l’art. 117 della Cost. alle regioni qualcosa –
che permetta di meglio adattare concretamente al “territorio” l’assetto del
servizio farmaceutico – deve pur aver riservato (pensiamo soprattutto a
Claudio Duchi e Bruno Nicoloso, anche loro decisi eversori della proiezione
e delle sentenze del Tar Toscana, e anche a Massimo Luciani, con il peso
ulteriore che a quest’ultimo discende dal suo ruolo quasi “istituzionale”),
questo grande problema se lo sia posto da tempo e non possa pertanto non
avvertire le stesse esigenze.
Indubbiamente, però, la Corte potrebbe ribadire la sua ferma difesa sul
piano costituzionale dell’assetto statale vigente (di cui censurò tempo fa,
perché troppo di dettaglio (!), soltanto le disposizioni che reiteravano
per l’ennesima volta una “sanatoria” delle gestioni provvisorie, mentre ha
avuto occasione di bacchettare più volte i legislatori regionali
eccessivamente velleitari…) anche “contro” la proiezione, che del resto,
nonostante il CdS e il Tar Toscana, dovrebbe essere anch’essa, seppur
parzialmente, portata alla sua cognizione dal ricordato ricorso governativo
(misteriosamente, che si sappia, ancora non deciso); anche noi, del resto,
approfondendo recentemente (in una rivista) questo “micro-sistema” toscano
abbiamo avuto occasione di illustrare i tanti suoi profili di
incostituzionalità, cosicché – pur ribadendo in parte quelle censure –
stiamo ora tentando di individuarne una chiave di lettura diversa e che
quasi prescinda, come forse si sarà compreso, da un esame “cuci-scuci”
delle disposizioni che lo compongono.
Dunque, dicevamo, la Corte potrebbe persino eliminare dal nostro
ordinamento – secondo l’ipotesi di poco fa – tutte le disposizioni
regionali (toscane e non) che abbiano istituito presidi nuovi (in ogni
caso, infatti, non riusciamo a vedere differenze di rilievo – almeno sotto
gli aspetti che qui possono aver rilievo – tra un presidio e l’altro) , e
non è escluso che questo possa accadere, anche perché dinanzi alla Consulta
tali norme non sono state fino ad oggi condotte e anzi ai presidi
farmaceutici secondari in quella sede sinora non si è in pratica fatto
neppure un cenno.
Ma, nell’attesa che prima o poi se ne occupi anche il giudice
costituzionale, ci pare che l’interprete debba tentare una qualche
incursione anche in questa delicata questione, magari partendo proprio,
come accennato, dalle ormai intuibili conclusioni del CdS (comunque solo
marginalmente scalfite da quelle nostre osservazioni critiche), per le
quali “la prevista istituzione della proiezione… non può considerarsi
incompatibile con i principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato
un tema di servizio farmaceutico…, se è vero che la proiezione non comporta
alcuna alterazione nella pianificazione delle sedi farmaceutiche attuata
attraverso lo strumento della pianta organica, ma rappresenta semplicemente
un’estensione delle attività precedentemente svolte nella farmacia di
riferimento al fine di assicurare la più ampia copertura del servizio alla
popolazione”.
Conosciamo certamente le distorsioni che possono derivare, ad esempio,
dall’applicazione dell’intero compendio delle disposizioni toscane (come
pure, anche se in misura inferiore, dalle altre norme regionali citate); e
non ignoriamo che questi “microsistemi” regionali – quelli ora in vigore e
gli eventuali altri che verranno – finiscono per favorire le farmacie
affidatarie dei presidi e dunque sfavorire le altre.
Come noto, infatti, la proiezione – al pari degli altri sopra ricordati – è
un presidio farmaceutico di secondo grado, quindi uno strumento del
servizio territoriale che è permanente soltanto subordinatamente al
persistere nel tempo delle condizioni istitutive (peraltro in gran parte
diverse per ognuno di essi) e inoltre, come la l.r. definisce la
proiezione, meramente sussidiario (cioè integrativo o provvisoriamente
sostitutivo, ma anche qui non allo stesso modo) della farmacia che è
naturalmente l’unico presidio di primo grado, e permanente “tout court”.
Pertanto, l’istituzione di questi presidi secondari – tutti coerentemente
affidabili in gestione soltanto a titolari di farmacia, ma pure
coerentemente incedibili a terzi perché, sotto il profilo pubblicistico (e
diversamente dal versante civilistico), non sono “pertinenze”
dell’esercizio affidatario – presuppone indefettibilmente, anche nella
legge scritta, che il numero e/o la distribuzione sul territorio delle
farmacie siano contingentemente (cioè, al momento dell’istituzione del
presidio) inidonei ad assicurare “adeguati livelli di assistenza
farmaceutica” locale (per dirla sempre con il secondo comma dell’art. 17
della l.r. 16/2000), e a garantire conseguentemente un’offerta di
medicinali corrispondente alla domanda dell’utenza.
E tale inidoneità – che perciò è più o meno temporanea e solo casualmente
può essere permanente – può derivare dal consistente incremento demografico
in certe località e in certi periodi dell’anno (ecco la farmacia succursale
o il dispensario stagionale), o dalla mancata apertura, quale ne sia la
ragione, della “farmacia privata o pubblica prevista dalla pianta organica”
(è il caso del dispensario ordinario post ‘91), o dalla chiusura in loco di
un dispensario istituito ante ’91 (come prevede l’art. 33 della l.r.
Sicilia n. 4/03 per il presidio farmaceutico d’emergenza), oppure, infine,
dalla carenza, come dice ancora il più volte citato secondo comma dell’art.
17, dei “requisiti per aprire una farmacia ai sensi della normativa
statale” (e siamo evidentemente alla proiezione).
Sta di fatto, però, che finché il presidio è in funzione (e può esserlo
molto a lungo, come si è visto), può turbare di per sé la “concorrenza” tra
le farmacie (come certo la turberebbero con le farmacie le parafarmacie ove
si ampliasse, nel modo che i loro esercenti invocano, la relativa sfera di
vendita al dettaglio), ed è pure vero che rischiamo – è ovviamente una
purissima iperbole – di veder sorgere un presidio secondario, vecchio o
nuovo, in un qualunque casolare.
Ma non va dimenticato – a parte la già rilevata irrinunciabilità di regole
e presupposti ben chiari, che devono tutti (le regioni, gli amministratori
pubblici, la dottrina, la giurisprudenza e, perché no?, i titolari di
farmacia e loro rappresentanze sindacali e professionali) contribuire,
senza farsi travolgere dal particolarismo, a costruire nel tempo – che
questo ordinamento settoriale discende da una scelta precisa (pur se
ripetutamente ribadita, con qualche “riordino” più o meno incisivo, per
tutti questi anni) del legislatore ordinario.
Le leggi obbediscono tuttavia all’indirizzo politico, che a sua volta
dipende dalla classe dirigente la quale, bilanciando tra loro i vari
interessi pubblici affidati alla sua cura, può dunque essere indotta – in
un dato momento storico – a sacrificare (direttamente o indirettamente) uno
o più di essi a beneficio di altri giudicati in quel momento meritevoli di
una tutela più pregnante.
È’ il caso, per scendere nel concreto, della crescita economica che è un
obiettivo recentemente diventato prioritario per le classi dirigenti della
gran parte dei Paesi del mondo, compreso il nostro, che può pertanto
convincere il legislatore ordinario italiano persino a modificare scelte
antiche ma solide come questo sistema farmacia.
Ecco perché, se alle 17.500 farmacie di oggi (destinate verosimilmente a
diventare in un futuro più o meno prossimo 19 o 20 mila) si affiancasse –
particolarmente nelle zone dove l’assistenza, per ragioni inerenti alla
frammentaria distribuzione degli abitanti, è fatalmente carente (e dove
infatti sono perlopiù deputati a operare i dispensari, le proiezioni, ecc.)
– un numero adeguato di presidi secondari, risultandone quindi potenziata
sul territorio l’offerta di farmaci e migliorata complessivamente
l’assistenza, ne deriverebbe forse un quadro complessivo del servizio
farmaceutico idoneo a soddisfare anche quegli interessi pubblici (diversi
dalla tutela della salute) al momento prioritari, senza però – questo è il
punto – ulteriori incrementi del numero delle farmacie.
Insomma, il discrimine tra norme statali di cornice e disposizioni
regionali di dettaglio proposto oggi dal giudice amministrativo – secondo
cui la previsione dell’istituzione di proiezioni non incide di per sé sui
principi fondamentali in tema di determinazione del numero delle farmacie e
di distribuzione di queste sul territorio – può anche suscitare in prima
battuta più di una perplessità (oltre ai ricordati effetti destabilizzanti
tra le farmacie), ma potrebbe anche rivelarsi, specie all’esito dei giusti
approfondimenti, una soluzione, sotto alcuni dei profili cui si è
accennato, non soltanto suggestiva ma anche (considerati i vari più e i
vari meno) di segno “algebricamente” positivo.
Non è del resto forse peregrino affermare (come afferma il Tar Toscana,
confortato in sostanza anche qui dal CdS) che l’apertura della proiezione,
“lasciando intatta la proporzione tra numero di farmacie-farmacisti e
numero di abitanti del comune”, esprime, piuttosto, “l’ottimizzazione del
rapporto assistenziale già esistente tra il farmacista e la sua sede”.
Probabilmente gli “ortodossi” del sistema e i grandi estimatori di questo
splendido (anche per i suoi molteplici aspetti interdisciplinari che lo
rendono così intrigante) diritto farmaceutico possono arricciare il naso
dinanzi a questa sorta di improvvisa sublimazione del rapporto farmacia-
residenti (accennato dal CdS ma ben delineato dal Tar), perché il famoso
“bacino d’utenza” – lo sappiamo da sempre – è meramente virtuale, essendo
liberi gli abitanti che risiedono nella circoscrizione farmaceutica di
approvvigionarsi di medicinali presso qualunque farmacia, come sancisce
anche l’art. 15 della l. 475/68.
Ma il “diritto di libera scelta della farmacia“ (principio statale
anch’esso fondamentale) non è qui inciso minimamente neppure dalla
proiezione, perché viene semplicemente irrobustita – più e meglio
“avvicinandosi” agli utenti – l’offerta di farmaci sul territorio della
sede; la proiezione, cioè, potrebbe veramente costituire, come dice il Tar,
soltanto “un arricchimento della dotazione di mezzi aziendali già messi in
opera dal farmacista titolare della sede di riferimento (ovvero della sede
più vicina), consentendo a quest’ultimo di garantire la più capillare
copertura assistenziale della circoscrizione di competenza e traducendosi,
sotto il profilo strettamente commerciale, nella possibilità di un migliore
sfruttamento del bacino d’utenza idealmente corrispondente alla sede
(idealmente, giacché deve escludersi che la titolarità di una sede
farmaceutica implichi la costituzione di un ambito commerciale riservato in
favore del farmacista autorizzato)”.
Nonostante, cioè, qualunque potenziamento “aziendale” della farmacia della
circoscrizione, gli abitanti che risiedono al suo interno conservano
intatta la libertà di scegliere quella o un’altra farmacia.
È stato invece lo stesso legislatore statale (sia pure quello delegato) a
introdurre un’autentica deroga a questo suo principio fondamentale e a
comprimere il diritto del “cittadino, anche se assistito in regime
mutualistico, di libera scelta della farmacia” (come recita l’art. 15
cit.), imponendogli per i “nuovi servizi” (sui quali peraltro pende tuttora
il ricorso dei titolari di laboratori di analisi al Tar Lazio) – quale
unica e ineludibile farmacia di riferimento – proprio quella ubicata nella
circoscrizione di residenza (o, come è stato poi aggiunto, di domicilio);
questo sì ha conferito, per la prima volta nella storia, vera effettività
al “bacino di utenza”, ma ha scompaginato parecchio il sistema, pur se,
inspiegabilmente, nessuno è sembrato sinora preoccuparsene (ne abbiamo
parlato dettagliatamente – si perdoni questa ulteriore inestetica
autocitazione – nella Sediva news del 7/7/2009).
Almeno sotto tale aspetto, invece, la proiezione non crea alcun vulnus, e
anzi (seguendo anche le notazioni del Tar Toscana) proprio un’adeguata
esplorazione del ruolo della sede nell’assistenza farmaceutica in generale,
e perciò del “giusto” rapporto tra la farmacia (e il presidio eventualmente
affidatole in gestione nella sede) e i “suoi” abitanti, che possa infine
convincerci che non è interdetta al legislatore regionale – perché al di
qua dei confini che segnano la potestà legislativa di dettaglio che gli
compete – una normazione diretta soltanto a integrare localmente il
servizio farmaceutico reso dalle farmacie (e a rafforzare verosimilmente
quello della singola farmacia all’interno della sede di pertinenza)
potrebbe in ultima analisi aprire nuove prospettive in grado anche di far
riscrivere qualche segmento di rilievo del diritto farmaceutico.
In conclusione, però, queste indagini potranno rivelarsi di una qualche
utilità soltanto se, come ampiamente rilevato, avremo prima definito – in
linea con le indicazioni del CdS e naturalmente senza un avviso contrario
della Corte Costituzionale – che il crinale tra le due aree di competenza
corre proprio lungo il distinguo tra farmacie e presidi vari e che, in
particolare, i principi fondamentali (specie quello del contingentamento,
ma anche gli altri ricavabili dall’assetto normativo statale) riguardano
soltanto le farmacie; diversamente, dato che almeno noi non riusciamo a
individuare nessun altro criterio base che possa porsi come autentico
discrimine, si profilano per le regioni margini operativi modesti e anche
per i presidi i rispettivi legislatori dovranno limitarsi a semplici
dettagli, con tutto quel che potrà comportare, caso per caso, l’onere della
migliore loro individuazione.

(gustavo bacigalupo)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!