Sediva News del 18 aprile 2011

La Cassazione sulla cessione di un ramo d’azienda

Come è noto, in caso di cessione d’azienda il valore da assumere a
tassazione per l’imposta di registro è il c.d. “valore venale in comune
commercio”, rappresentato dal valore complessivo dei beni che compongono
l’azienda stessa, compreso l’avviamento.
Tuttavia, il Testo unico imposta di registro consente di portare in
deduzione dall’ammontare imponibile le passività risultanti dalle scritture
contabili obbligatorie, “tranne quelle che l’alienante si sia espressamente
impegnato ad estinguere”.
Ora, spesso le parti predispongono un “bilancio di cessione” (o comunque
richiamano nel rogito alcuni dei suoi componenti) – vale a dire la
situazione patrimoniale che normalmente riepiloga le attività e le
passività che vengono trasferite all’acquirente – dal quale, in somma
algebrica col prezzo di cessione, emerge appunto l’ammontare imponibile ad
imposta di registro (pari al 3%, a meno che l’azienda ceduta non contenga
anche immobili).
Il che, naturalmente, vale anche in caso di trasferimento di un ramo
d’azienda, e però una recentissima sentenza della Cassazione (Cass. Civ. n.
21507 del 20/10/2010) d’ora in poi renderà più difficile imputare con
eccessiva disinvoltura, in tale evenienza, passività “estranee” al ramo
ceduto ai fini della determinazione del valore imponibile.
Precisa infatti la Suprema Corte che, se l’azienda ceduta non è l’unica
posseduta dal cedente (una snc che sia titolare di due farmacie e ne ceda
una, ovvero il titolare di una farmacia e di una parafarmacia che
trasferisca soltanto quest’ultima), le passività risultanti dal bilancio di
cessione devono essere effettivamente tutte inerenti al ramo di azienda
oggetto della cessione, affinché esse possano legittimamente computarsi in
diminuzione del valore economico del complesso aziendale da assoggettare a
tassazione.
In particolare, dovrebbero considerarsi inerenti non tutte le passività
contratte nella gestione del ramo ceduto ma, si badi bene, soltanto quelle
necessarie – secondo “i canoni dell’economia d’impresa”, per usare le
parole della Corte – alla specifica attività del ramo stesso, da
individuarsi concretamente secondo un criterio di proporzionalità, cioè
imputando il complesso delle passività dell’impresa cedente alle varie
gestioni in proporzione al valore dei beni riferibili a ciascuna di esse; e
questo, proprio per evitare nel contesto della cessione di un singolo ramo
d’azienda, il trasferimento di passività in esubero contratte (anche
parzialmente) per il finanziamento di attività diverse da quelle cedute.
E infatti, se nel bilancio di cessione fossero inserite passività non
inerenti nel senso appena chiarito, queste ultime non potrebbero concorrere
alla determinazione del valore in comune commercio su cui – come detto –
insiste la tassazione, ma dovrebbero considerarsi un accollo di debito in
conto prezzo, e perciò non varrebbero a diminuire il valore tassabile, ma
dovrebbero essere imputate in conto del prezzo pattuito.
Così, per fare un esempio che può riguardarci più da vicino, supponiamo che
il cedente sia un titolare di farmacia che possieda anche una parafarmacia
e voglia cedere soltanto quest’ultima, e che il relativo bilancio di
cessione esponga un valore commerciale (considerando l’avviamento e le
altre attività e deducendo le passività) di 400mila euro; ipotizziamo
ancora che parte di queste passività – diciamo per 150mila euro – derivino
da una maggiore dilazione ottenuta dai fornitori della parafarmacia che sia
andata a finanziare in tutto o in parte la fornitura di specialità cedute
dalla farmacia.
Ebbene, dato che questi debiti (nel ricordato significato assunto dalla
Cassazione) sono “estranei” (o, se si preferisce, non inerenti) al “ramo
parafarmacia” ceduto, il valore commerciale di questo – su cui
evidentemente si sconterebbe la tassazione – sarebbe pari non più a 400mila
euro bensì, sempre nell’esempio, a 550mila euro e l’assunzione di tali
passività da parte dell’acquirente costituirebbe nulla più che una
particolare modalità di pagamento di parte del prezzo al cedente (in
pratica, un accollo di debito, anche se sotto l’aspetto giuridico le cose
stanno in termini un po’ diversi), che avrebbe il diritto, a questo punto,
di riscuotere dall’acquirente soltanto i residui 400mila euro.
È opportuno anche rammentare che ai fini delle imposte dirette (l’Irpef che
grava sulla parte venditrice) la vicenda sta invece diversamente, tenuto
conto che il relativo Testo Unico dispone che “concorrono alla formazione
del reddito anche le plusvalenze delle aziende, compreso il valore di
avviamento, realizzate unitariamente mediante cessione a titolo oneroso”.
Non si fa dunque qui riferimento a passività aziendali, ma alle
plusvalenze realizzate, ed è ben chiaro che il venditore, anche ove
trasferisse all’acquirente un debito, o concordasse con lui il versamento
di parte del prezzo di vendita direttamente a un proprio creditore, non
andrebbe esente da Irpef sull’ammontare del debito “accollato” e/o pagato
dal cessionario, proprio perché realizzerebbe (questa volta anche sul piano
strettamente tecnico-giuridico) quelle somme che, anziché transitare dai
suoi conti correnti per poi essere destinati ai creditori dell’azienda
ceduta, vengono loro versate direttamente dall’acquirente.

(s.lucidi)

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